Serie non serie

Vediamo di essere brevi.

Californication è una merda. Con un protagonista che sogna di farsi fare un pompino in chiesa coi Rolling Stones in sottofondo, picchia chi usa i cellulari al cinema, difende le giovani ragazzine dai prof maiali (dopo essersele scopate lui), si fa di canne ma schifa chi usa le droghe pesanti, che altro devono inventarsi per renderlo simpatico? Nella seconda stagione probabilmente se la prenderà con chi abbandona i cani in autostrada o con chi tratta male gli handicappati.

Eli Stone è forse la serie che mi ha preso di più. Mi piacciono i personaggi, anche se ogni volta che vedo il boss del protagonista non riesco a non pensare che ha la faccia perfetta per Mad Men, la storia è gustosa, e soprattutto ha degli ottimi dialoghi. Bella.

The Big Bang Theory è divertentissima e consigliata a tutti quelli che hanno un’idea di cosa significhino i termini nerd e geek. I protagonisti, Sheldon e Wolowitz su tutti, sono esilaranti e la durata degli episodi, venti minuti l’uno, è perfetta per non renderli stucchevoli. Unico vero problema le risate finte di sottofondo che trovo odiose anche per una sit-com.

This job would be great if it wasn’t for the fucking customers.

Andiamo subito al sodo: Chuck è ora come ora la sorpresa della stagione. Ma davvero, eh? Il protagonista, Chuck Bartowski, tira fuori la parte più nerd in ognuno di noi facendocelo amare senza riserve. Morgan è una spalla perfetta e la componente femminile del cast fa la sua porca figura. Capitan Awesome è, ovviamente, awesome.
Raccontare la trama la svilirebbe, ma giusto per accennarla: Chuck lavora presso Nerd Herd. Un giorno riceve un’email dal compagno di stanza dell’università che lo fece cacciare dalla scuola e gli fregò la ragazza, e che nel frattempo è diventato una spia della CIA. Grazie a questa lettera Chuck si ritrova tutti i segreti di NSA e CIA nella testa, trovandosi ad dover affrontare spie e terroristi mentre porta avanti la sua vita da commesso. Se il tutto pare una gran cavolata, ed in fondo lo è, i dialoghi, i protagonisti e le situazioni ai limiti dell’assurdo rendono il tutto un gioiellino.

Il punto di partenza di Reaper è per molti versi simile a quello di Chuck: Sam, il protagonista, è il commesso di un grande magazzino. Il giorno del ventunesimo compleanno scopre che i genitori hanno venduto la sua anima al diavolo ed adesso questi vuole quanto gli spetta. Per fare fede al “contratto” Sam si troverà a dover fare da cacciatore di anime, riportando all’inferno i fuggitivi che sono riusciti a scappare dalla propria dannazione. Per dirla in altre parole: Clerks che incontra Buffy.
Il richiamo a Clerks è più che adeguato visto che il pilot della serie è stato diretto da Kevin Smith, il quale è anche consulente creativo dello show. E l’influenza si vede: nell’ambientazione, nei protagonisti, nello sviluppo delle relazioni tra i personaggi. Ciò detto, per quanto mi piacciano i due film su Dante e Randall, Reaper non mi ha convinto granché. Intanto il protagonista non ha un briciolo del carisma di Chuck, poi la spalla, Sock, è a dir poco insopportabile. Le puntate seguono tutte lo stesso canovaccio con trovate che si ripetono identiche: lui che non vuole accettare la missione, i soliti dubbi “ma che ci faccio qui, non voglio questo lavoro, mi piace Andi ma non ho le palle per dirglielo”, il momento in cui creano una “divisa” adatta all’occasione, etc. Insomma, alla terza puntata sa già tutto di minestra riscaldata e dubito che col tempo migliori.

Tra serial tv e serial killer

Heroes: arrivati alla terza puntata ormai posso dirlo: la seconda stagione è semplicemente vergognosa. Non dico brutta o stupida, no: vergognosa. Perché c’è di che avere vergogna a scrivere puntate così. Dopo il deludente finale della prima stagione speravo che gli autori riuscissero a riprendere in mano la serie con un po’ di impegno e ne ricavassero qualcosa di dignitoso, ed invece nulla. A volte ti sembra che Peter o Bennet o qualunque altro protagonista si debba voltare verso lo schermo per dire “sì ok, qui si esagera”. I vari intrecci sono di una banalità disarmante, e per quanto l’originalità non sia mai stata il forte dello show qui siamo oltre ogni previsione. Si guarda per inerzia.

Mad Men: Una serie ambientata nel mondo della pubblicità degli anni cinquanta. Sulla carta un’idea interessante ma dopo le prime tre puntate mi ritrovo un po’ deluso. Il protagonista non “prende” granché, l’atmosfera oscilla tra la commedia e il dramma senza mai risolversi (né avere veri guizzi in un senso o nell’altro), e per ora lo svolgimento appare alquanto prevedibile. Speriamo sia semplicemente una serie che ha bisogno di qualche pontata in più per decollare.

Prison Break: Le prime due puntate mi confermano quanto già sospettavo: questa terza stagione non fa che rendere più veloce, sporco e cattivo tutto quello che abbiamo già visto. Per ora poche sorprese, il gruppo si ricompone e c’è da scommettere che dovranno restare uniti per non rimetterci la pelle, in ogni caso rimane uno dei serial migliori in circolazione, se non per la storia ormai un po’ abusata, per il modo in cui riesce a raccontarcela.

Pushing Daisies: Avendone visto solo il pilot non posso certo giudicare come si deve, ma posso dire che se la serie si mantiene a quei livelli sarà di sicuro una gran serie. Se la storia può apparire banalotta, è lo svolgimento che lascia speranzosi, con quella fotografia, quei dialoghi e quella regia che insieme ne fanno una visione godibilissima. Sperem.

Dexter: Dato che la passata stagione è stata a mio avviso la serie più bella dell’anno (e per quanto mi riguarda direi pure di sempre), avevo parecchi timori sulla sua continuazione. Ed invece dopo aver visto le prime due puntate debbo ammettere di non essere affatto deluso della piega che sta prendendo. Certo manca la novità dell’esordio ma il resto c’è tutto, a partire dalla bellissima sigla. Per quanto mi riguarda Dexter rimane la serie migliore del momento.

Dr. House: e continuiamo così e facciamoci del male

Questo l’avevo scritto su un forum dopo aver visto la puntata di Dr. House con la nanetta, andata in onda circa un mese fa su Italia1. Per la serie “non c’è limite al peggio”, il brainstorming degli sceneggiatori dello show.

Capoccia: Ok ragazzi, dobbiamo sfornare la nuova puntata, che ci mettiamo?
Brusio, voci che si sovrappongono, capoccia spazientito
Capoccia: Ok ok, ho capito, ci penso io… tanto per cominciare, possiamo metterci una crisi di astinenza, che ne dite? E mostrare che in fondo House è un drogato.
Jack (timidamente): Ma, capo, questa trovata l’abbiamo già usata, magari…
Il Capoccia continua come se niente fosse
Capoccia: Poi, e qui casca l’asino, possiamo metterci un dilemma morale, che ne dite?
Jack: Ma, capo, lo infiliamo in ogni puntata, anche quando stanno alla mensa tiriamo fuori dilemmi morali per la scelta del menù, non è che pot…
Come prima, il Capoccia manco se lo fila
Capoccia: Poi, vediamo… ah sì, ecco! Che ne dite di tirare lì la storia della diversità? geniale, no?
Jack: Guardi che è un tema s…
Capoccia: Poi dobbiamo utilizzare gli altri personaggi di contorno. Allora, a Wilson facciamo fare la parte dell’amico che lo prende nel didietro ma che alla fine tiene comunque a House ed è pronto a sacrificarsi per lui, a Cameron la parte di quella che seguirebbe House anche se si gettasse sotto ad un treno, alla Caddy facciamo recitare la parte di quella che vorrebbe mettere House in riga, e a Foreman e a quell’altro, al biondo… uhm… boh, a loro facciamo dire giusto qualche supercazzola medica, e magari ricordiamo che Foreman era un ladro, così la gente penserà “ma che simpatico negretto!”.
Jack (ormai nascosto sotto il tavolo): Capo, forse sarebbe il caso di farli agire in maniera leggermente diversa, mi sembra che quello sia il modo in cui li dipingiamo da…
Capoccia: Ecco, ci sono, unendo i vari elementi ecco che si delinea il quadro d’insieme! Sentite che colpo di genio: Caddy, appoggiata da Wilson, cerca di mettere in riga House togliendogli il Vicodin, però alla fine la spunta lui. C’è il problema del dilemma morale, visto che in effetti House ha torto marcio (cazzo, falsifichi le firme, per questo rovinano la vita all’amico che tu non fai che prendere a calci nel sedere, e ne fai una questione di principio? Ma manco al Cottolengo…), però noi facciamo finta di nulla, mettiamo lì una battutina sull’orgoglio, e siamo a posto, chi se ne accorgerà mai?
Jack (inizia a diventare trasparente): Ma non…
Capoccia: Allora ragazzi, ormai vi ho risolto quasi tutto, adesso ci vogliono un paio di colpi di genio da parte vostra, stupitemi.
Silenzio di tomba. Poi si ode una voce squillante
- NANI!
Tutti si voltano a guardare l’autore di questa affermazione. John, il classico lecchino primo della classe che a scuola avresti preso a calci, se non avessi avuto paura che ti contaminasse. Jack, ormai un’ombra, si tappa le orecchie, teme di non farcela a reggere anche questo.
Capoccia: Scusa, John?
John: Nani, capo. Potremmo mettere come paziente un nano, così la storia della diversità ce l’abbiamo servita su un piatto d’argento.
Capoccia: Grande, John! Ma poi come la mettiamo con la storia della malattia? Che ci inventiamo?
John: Beh, semplice: il nano non è un nano, ma solo House, che ha la vista lunga, se ne accorge. E questo sembrava un nano perché… boh, qualcosa si troverà, magari diciamo che è basso e basta.
Capoccia: Sì! Grandioso! Ci siamo quasi, ma sento che manca ancora qualcosa… non so… ah sì, ecco: il finto nano è una ragazzina! Così la gente si commuove di più!
Jack urla a perdifiato ma ormai è un ectoplasma senza voce
Capoccia: Però, uhm, ci vorrebbe almeno un altro elemento forte…
Silenzio, sguardi che si incrociano
John: Vomito e diarrea.
Capoccia: Come?
John: Massì, un po’ di vomito e di diarrea, fanno molta scena e disorientiamo lo spettatore…
Capoccia: Sapevo che eri il migliore, John. Ma mettiamoci solo il vomito, non vorrei che ci accusassero di ricercare troppa originalità spingendo su queste immagini forti.
John: Ha ragione, capo.
Capoccia: D’accordo ragazzi, la storia ce l’abbiamo, ora perfezionatela. Ah, ricordate di inserire una bella inquadratura drammatica di lui che si droga, in disparte, solo, magari dall’alto. Questo vende sempre. Potete andare.
La sala si svuota.
In un angolo, rimane il fantasma di Jack. Sta piangendo.

[SubsFactory] Heroes

È l’assistente di Galileo Galilei ad esclamare, in “Vita di Galileo” di Bertold Brecht, “Disgraziato il paese che non ha eroi!”, ed a ciò il maestro non può che rispondere “Felice il paese che non ha bisogno di eroi!”.
Un mondo che non ha bisogno di eroi è un mondo felice, sicuro, e perciò utopistico. Nel nostro mondo invece gli eroi continuano ad essere necessari, e quando non si hanno li si inventa. Li si fabbrica nei libri, nei film, nei fumetti, nella tv, e proprio nella tv nasce “Heroes”.
L’idea alla base della serie è quella di mostrare persone comuni divenute d’improvviso eroi, non perché alle prese con superpoteri ma perché investite d’un compito superiore: salvare il mondo. Se molte di loro hanno infatti ricevuto un dono, il potere di volare, di vedere il futuro, di leggere i pensieri, altre sono persone normalissime che per via di tutta una serie di circostanze si trovano sulla stessa barca delle altre, sia che si tratti del figlio del genetista che ha studiato la nascita di questi poteri, sia che si tratti di un padre che cerca solo di fare il bene della propria figlia. Mentre chi ha il dono può utilizzarlo per i propri scopi, egoistici quando non malvagi.
La trama riprende a pieni mani dai fumetti ed in particolar modo dagli X-Men: l’evoluzione della specie fa sì che alcuni umani risultino dotati di superpoteri, e tra essi vi è chi si allea per combattere un pericolo incombente che minaccia l’umanità intera. Non è chiaro quale sarà il pericolo da combattere, tutto ciò che si conosce è che l’evento scatenante sarà un’esplosione che distruggerà New York, e la chiave per riuscire ad evitare tutto questo è una ragazza dotata di poteri. A complicare il tutto intervengono una società segreta che è a conoscenza di queste persone ma i cui scopi rimangono oscuri, ed un serial killer che uccide solo chi ha il dono.
Per chi è appassionato di comics americani tutto questo sarà familiare, come detto è chiara l’ascendenza dagli Uomini X di casa Marvel, e difatti anche il ritratto dell’eroe è quello a cui siamo ormai abituati da qualche anno, eroi fragili, perdenti, infelici. In una parola: umani. Non a caso il protagonista principale è Peter Petrelli, giovane infermiere per malati terminali che sogna di volare ed è succube di una famiglia in cui ha sempre vissuto all’ombra del fratello maggiore Nathan, ambizioso candidato per il senato americano. Attorno a lui una compagine variegata di eroi: dal travet giapponese appassionato di fumetti alla madre premurosa che per lavoro si mostra su internet, dalla collegiale alle prese con la propria adolescenza al pittore dedito all’eroina.
Ciò che ha fatto il successo del telefilm è stata la capacità di saper miscelare gli elementi principali dei comics, dal cui mondo arrivano alcuni dei suoi sceneggiatori, a quelli ormai ricorrenti nelle serie tv d’oltreoceano, ad esempio la società segreta con scopi occulti ormai presente in larga parte dei telefilm statunitensi di maggior successo. Così se da un lato si può parlare di vera e propria scopiazzatura dei fumetti, dall’altro va dato atto alle menti dietro ad “Heroes” di essere riuscite a prendere tutti gli elementi fondamentali ed a mischiarli in modo da farli funzionare in una serie televisiva, cosa finora mai successa prima.
Il risultato è uno show che riesce a coinvolgere lo spettatore grazie a continue domande che vengono poste lungo il cammino, ma grazie anche al modo in cui vengono qua e là sparse le risposte, rendendo possibile per lo spettatore sentirsi in un certo senso appagato dalla visione dei singoli episodi, senza ricorso a colpi di scena inverosimili che minino la sospensione dell’incredulità necessaria per un prodotto simile. C’è da dire che la seconda parte della serie non è all’altezza della prima e tradisce in parte le premesse ma, comunque sia, rimane uno spettacolo godibilissimo, molto al di sopra della media, e va considerata la media americana, ben più alta di quella a cui è abituato lo spettatore italiano.

Se poi tutto questo vi sembra esagerato e il richiamo a Brecht ridicolo, beh mettiamola in questi termini: c’è gente con superpoteri. Ci sono i buoni e ci sono i cattivi e i buoni devono salvare il mondo. Alla fine i buoni e i cattivi se le danno. Per avere superpoteri gli uomini devono essere sfigati, le donne gnocche. E questo è tutto.

[SubsFactory] Dexter

(Recensione scritta un po’ di fretta e furia per la newsletter di SubsFactory. La incollo comunque qui.)

Dexter

Miami. Dexter Morgan è un ematologo in forza alla polizia, ed è bravo in quello che fa. Riesce a capire com’è avvenuto un crimine semplicemente dalla disposizione delle macchie di sangue, dalla loro forma. Ma non è tutto qui. Dexter Morgan è anche un serial killer. Ed anche in questo è bravo.
Non è un omicida seriale qualunque, è un assassino di assassini. Le sue vittime sono le persone che riescono in un modo o nell’altro a sfuggire alla mano della giustizia ma che nulla possono per impedire che quella di Dexter le ghermisca e le renda una goccia di sangue su un vetrino.
Ma non è per vendetta che uccide, e meno che mai per giustizia. È per bisogno. Un bisogno insopprimibile che guida la sua esistenza fin da quando ha memoria, fin da quando, ancora bambino, vide ciò che nessuno dovrebbe vedere e che sommerse letteralmente la sua vita nel sangue, spezzando qualcosa dentro di lui.

Fu il padre adottivo, il poliziotto che lo salvò dalla scena del crimine di cui fu testimone, a crescerlo e a dargli un codice che lo guidasse, facendo sì che la sua sete di sangue non colpisse vittime innocenti. Ed è un codice che ha onorato tutta la vita ma a cui è sempre più difficile restare fedele. Il senso di vuoto è troppo grande e la scelta tra essere semplicemente se stesso o continuare ad indossare una maschera si farà sempre più difficile, soprattutto quando si troverà a fronteggiare un altro serial killer, un omicida che fa a pezzi prostitute senza lasciare nei loro corpi smembrati una goccia di sangue, e che risulterà avere con Dexter un legame speciale, dimostrandosi forse l’unico con cui questi può essere davvero se stesso, senza finzioni.

Ciò che colpisce della serie, paradossalmente, è la levità con cui sono spesso affrontate le situazioni più cruente ma nelle quali Dexter è perfettamente a proprio agio rispetto alle vicissitudini della vita comune, delle quali il protagonista è sempre rimasto spettatore apatico e passivo e che ora non sa come affrontare. Come nel rapporto con la sua ragazza, Rita, donna bella ed intelligente ma dentro di sé spezzata da anni di abusi del marito. È proprio in virtù di questo che Dexter l’ha scelta, ed è nel momento in cui lei inizia a lasciare alle spalle il passato che il fidanzato va in crisi e non sa più come gestire la cosa, con risultati assolutamente grotteschi ed esilaranti.

La caratterizzazione dei personaggi è un altro punto di forza di questa serie, non solo di quelli principali, tra i quali rientra la giovane sorella adottiva di Dexter, Debra, poliziotta all’apparenza dura e spaccona ma in realtà fragile e bisognosa d’amore, e soprattutto incapace di comprendere il fratello. Anche quelli secondari, dal collega Angel, al sergente Doakes, sono tutti dipinti benissimo, con dettagli che non fanno che renderli veri. Ciò che si vede, e che lo stesso Dexter scopre, è che tutti in realtà portano una maschera, mostrando agli altri solo ciò che vogliono, mentendo su se stessi per apparire diversi, migliori magari.

Non si può non provare simpatia per il giovane assassino, e sotto sotto non si può non parteggiare per lui, nonostante si tratti in fin dei conti di un serial killer. Perché la vera lezione, tremenda, è che in fondo Dexter non è che la persona che tutti vorrebbero essere, il lato oscuro che abbiamo tutti dentro ma a cui solo lui dà sfogo. E quando si troverà davanti al bivio, se essere libero o se scegliere le regole e le maschere, sarà difficile non capire la difficoltà della scelta.

Come si sarà capito si sta parlando di una serie completamente atipica, fuori dagli schemi a cui si è ormai avvezzi. Tratta da un romanzo di Jeff Lindsay, è realizzata con tanta cura che è difficile muoverle critiche di qualche spessore: dalla bellissima sigla alla location, una Miami meticcia e sudata lontana anni luce da quella patinata di un “Miami Vice” o di un “CSI: Miami”, dai personaggi alla colonna sonora, tutto combacia. Persino la durata, dodici episodi, è perfetta, riuscendo a svolgere in maniera coerente e senza cali di tensione la trama portante, e lasciando con la voglia di saperne di più di questo strano serial killer. In definitiva una delle serie migliori, se non addirittura la migliore, del 2006.

Perché alla fine Lost è meglio di Heroes

Hurley, l’eroe del pulmino

Avevo scritto un lungo (e noioso) post su Lost e Heroes, a seguito della visione dei due finali di stagione, riallacciandomi a quanto già detto due mesi fa. Ma visto che era troppo lungo (e noioso), preferisco condensare in pochi punti la questione sul perché alla fine la terza stagione di Lost sia riuscita a superare la prima stagione di Heroes:

[Seguono anticipazioni sui finali di stagione delle due serie]

  • Gli sceneggiatori di Lost hanno cominciato a dare qualche risposta: hanno mostrato chi fosse l’uomo con la benda, che fine avessero fatto i partecipanti al progetto Dharma, dove va a finire il cavo che sparisce nell’oceano… e, in generale, anche i nuovi elementi trovano a volte una spiegazione dopo qualche puntata (vedi il pulmino con l’operaio morto);
  • Anche se Charlie che dà una pagaiata in fronte a Desmond anziché dirgli semplicemente “no, nella stazione subacquea vado io, grazie del pensiero”, dà un’idea di quanto il dialogo continui ad essere difficile sull’isola, finalmente i protagonisti parlano tra loro dei misteri e dei segreti di cui sono a conoscenza, e non solo di fuffa (ma c’è qualcuno a cui frega davvero del triangolo Jack/Kate/Sawyer?). La battuta di Charlie nell’episodio 21 dice tutto:

    Perche’ tutto deve essere un segreto? Che ne dite di un po’ di franchezza una volta tanto?

  • In Heroes ci sono troppi buchi nella logica, come se gli sceneggiatori non sapessero dove volessero andare a parare o stessero cercando di allungare il brodo all’inverosimile. Si veda il primo scontro tra Peter e Sylar, con il buono che può leggere i pensieri dell’altro, utilizzare la telecinesi e volare ed invece si fa prendere alle spalle dal serial killer mutante. E quando quest’ultimo è neutralizzato anziché essere messo fuori gioco definitivamente viene lasciato lì;
  • I personaggi non sono più stati minimamente sviluppati e paiono agire a casaccio: Mohinder sembra un idiota, a Parkman non va meglio, e Peter continua ad essere un personaggio incompleto;
  • Personaggi prima fondamentali come Claude o l’haitiano (Wireless nemmeno la nomino), vengono fatti sparire nel nulla;
  • Non si può ridurre lo scontro finale tra Peter e Sylar ad una scazzottata;
  • Il colpo di scena di Sylar che si salva è quanto di più loffo potesse esserci, alla faccia di tutte le promesse fatte dagli autori sul ciclo che si chiudeva con la prima stagione.
  • Il colpo di sena del sacrificio di Nathan è prevedibile e fondamentalmente senza senso: Peter può volare da solo ma, a parte questo, basterebbe il metodo usato da Claude in passato: una mazzata in testa che faccia perdere i sensi a Peter. Oltretutto se Claire avesse sparato nessuno sarebbe morto. Molto meglio il sacrificio di Charlie in Lost, a prima vista stupido eppure previsto ed inevitabile, e quindi più doloroso. Lascia un po’ perplessi l’apparente immortalità di Bakunin, o il fatto che Penelope fosse proprio lì ad aspettare la trasmissione, ma sono certo che verrà data qualche spiegazione.
  • Il colpo di scena riguardo al flashback di Jack che in realtà è un flash-forward, l’ho trovato un vero colpo di scena, e per quanto qualcuno possa dire che è banale, io non me lo aspettavo.
  • Hurley che va all’arrembaggio con il pulmino degli Hippie. Ma davvero bisogna aggiungere altro?

Insomma, Heroes è pur sempre una serie ben fatta ed il finale è tutt’altro da buttare, ma non c’è nulla da fare, la curiosità per il futuro (o passato) di Hiro e di Heroes non riesce a raggiungere quella per Jack e i naufraghi dell’isola: chi è la persona morta nel futuro (Locke? Ben?)? Perché il padre di Jack viene citato più volte dal figlio come ancora vivo? Chi è Richard e perché non è invecchiato da quando è apparso a Ben da ragazzo? Ma, soprattutto, come faranno i sopravvissuti a tornare indietro? Lost è tornata ad essere una serie avvincente, punto.

[Lost] Si ricomincia…

Ok, è solo il primo episodio ma a giudicare da esso pare proprio che la terza stagione di Lost non deluda le attese. L’unico problema è: come resistere una settimana per ogni nuovo episodio?

(E intanto Sawyer si riconferma il punching ball della serie…)

Sawyer e il pesciolino