Tra serial tv e serial killer

Heroes: arrivati alla terza puntata ormai posso dirlo: la seconda stagione è semplicemente vergognosa. Non dico brutta o stupida, no: vergognosa. Perché c’è di che avere vergogna a scrivere puntate così. Dopo il deludente finale della prima stagione speravo che gli autori riuscissero a riprendere in mano la serie con un po’ di impegno e ne ricavassero qualcosa di dignitoso, ed invece nulla. A volte ti sembra che Peter o Bennet o qualunque altro protagonista si debba voltare verso lo schermo per dire “sì ok, qui si esagera”. I vari intrecci sono di una banalità disarmante, e per quanto l’originalità non sia mai stata il forte dello show qui siamo oltre ogni previsione. Si guarda per inerzia.

Mad Men: Una serie ambientata nel mondo della pubblicità degli anni cinquanta. Sulla carta un’idea interessante ma dopo le prime tre puntate mi ritrovo un po’ deluso. Il protagonista non “prende” granché, l’atmosfera oscilla tra la commedia e il dramma senza mai risolversi (né avere veri guizzi in un senso o nell’altro), e per ora lo svolgimento appare alquanto prevedibile. Speriamo sia semplicemente una serie che ha bisogno di qualche pontata in più per decollare.

Prison Break: Le prime due puntate mi confermano quanto già sospettavo: questa terza stagione non fa che rendere più veloce, sporco e cattivo tutto quello che abbiamo già visto. Per ora poche sorprese, il gruppo si ricompone e c’è da scommettere che dovranno restare uniti per non rimetterci la pelle, in ogni caso rimane uno dei serial migliori in circolazione, se non per la storia ormai un po’ abusata, per il modo in cui riesce a raccontarcela.

Pushing Daisies: Avendone visto solo il pilot non posso certo giudicare come si deve, ma posso dire che se la serie si mantiene a quei livelli sarà di sicuro una gran serie. Se la storia può apparire banalotta, è lo svolgimento che lascia speranzosi, con quella fotografia, quei dialoghi e quella regia che insieme ne fanno una visione godibilissima. Sperem.

Dexter: Dato che la passata stagione è stata a mio avviso la serie più bella dell’anno (e per quanto mi riguarda direi pure di sempre), avevo parecchi timori sulla sua continuazione. Ed invece dopo aver visto le prime due puntate debbo ammettere di non essere affatto deluso della piega che sta prendendo. Certo manca la novità dell’esordio ma il resto c’è tutto, a partire dalla bellissima sigla. Per quanto mi riguarda Dexter rimane la serie migliore del momento.

[SubsFactory] Heroes

È l’assistente di Galileo Galilei ad esclamare, in “Vita di Galileo” di Bertold Brecht, “Disgraziato il paese che non ha eroi!”, ed a ciò il maestro non può che rispondere “Felice il paese che non ha bisogno di eroi!”.
Un mondo che non ha bisogno di eroi è un mondo felice, sicuro, e perciò utopistico. Nel nostro mondo invece gli eroi continuano ad essere necessari, e quando non si hanno li si inventa. Li si fabbrica nei libri, nei film, nei fumetti, nella tv, e proprio nella tv nasce “Heroes”.
L’idea alla base della serie è quella di mostrare persone comuni divenute d’improvviso eroi, non perché alle prese con superpoteri ma perché investite d’un compito superiore: salvare il mondo. Se molte di loro hanno infatti ricevuto un dono, il potere di volare, di vedere il futuro, di leggere i pensieri, altre sono persone normalissime che per via di tutta una serie di circostanze si trovano sulla stessa barca delle altre, sia che si tratti del figlio del genetista che ha studiato la nascita di questi poteri, sia che si tratti di un padre che cerca solo di fare il bene della propria figlia. Mentre chi ha il dono può utilizzarlo per i propri scopi, egoistici quando non malvagi.
La trama riprende a pieni mani dai fumetti ed in particolar modo dagli X-Men: l’evoluzione della specie fa sì che alcuni umani risultino dotati di superpoteri, e tra essi vi è chi si allea per combattere un pericolo incombente che minaccia l’umanità intera. Non è chiaro quale sarà il pericolo da combattere, tutto ciò che si conosce è che l’evento scatenante sarà un’esplosione che distruggerà New York, e la chiave per riuscire ad evitare tutto questo è una ragazza dotata di poteri. A complicare il tutto intervengono una società segreta che è a conoscenza di queste persone ma i cui scopi rimangono oscuri, ed un serial killer che uccide solo chi ha il dono.
Per chi è appassionato di comics americani tutto questo sarà familiare, come detto è chiara l’ascendenza dagli Uomini X di casa Marvel, e difatti anche il ritratto dell’eroe è quello a cui siamo ormai abituati da qualche anno, eroi fragili, perdenti, infelici. In una parola: umani. Non a caso il protagonista principale è Peter Petrelli, giovane infermiere per malati terminali che sogna di volare ed è succube di una famiglia in cui ha sempre vissuto all’ombra del fratello maggiore Nathan, ambizioso candidato per il senato americano. Attorno a lui una compagine variegata di eroi: dal travet giapponese appassionato di fumetti alla madre premurosa che per lavoro si mostra su internet, dalla collegiale alle prese con la propria adolescenza al pittore dedito all’eroina.
Ciò che ha fatto il successo del telefilm è stata la capacità di saper miscelare gli elementi principali dei comics, dal cui mondo arrivano alcuni dei suoi sceneggiatori, a quelli ormai ricorrenti nelle serie tv d’oltreoceano, ad esempio la società segreta con scopi occulti ormai presente in larga parte dei telefilm statunitensi di maggior successo. Così se da un lato si può parlare di vera e propria scopiazzatura dei fumetti, dall’altro va dato atto alle menti dietro ad “Heroes” di essere riuscite a prendere tutti gli elementi fondamentali ed a mischiarli in modo da farli funzionare in una serie televisiva, cosa finora mai successa prima.
Il risultato è uno show che riesce a coinvolgere lo spettatore grazie a continue domande che vengono poste lungo il cammino, ma grazie anche al modo in cui vengono qua e là sparse le risposte, rendendo possibile per lo spettatore sentirsi in un certo senso appagato dalla visione dei singoli episodi, senza ricorso a colpi di scena inverosimili che minino la sospensione dell’incredulità necessaria per un prodotto simile. C’è da dire che la seconda parte della serie non è all’altezza della prima e tradisce in parte le premesse ma, comunque sia, rimane uno spettacolo godibilissimo, molto al di sopra della media, e va considerata la media americana, ben più alta di quella a cui è abituato lo spettatore italiano.

Se poi tutto questo vi sembra esagerato e il richiamo a Brecht ridicolo, beh mettiamola in questi termini: c’è gente con superpoteri. Ci sono i buoni e ci sono i cattivi e i buoni devono salvare il mondo. Alla fine i buoni e i cattivi se le danno. Per avere superpoteri gli uomini devono essere sfigati, le donne gnocche. E questo è tutto.

Perché alla fine Lost è meglio di Heroes

Hurley, l’eroe del pulmino

Avevo scritto un lungo (e noioso) post su Lost e Heroes, a seguito della visione dei due finali di stagione, riallacciandomi a quanto già detto due mesi fa. Ma visto che era troppo lungo (e noioso), preferisco condensare in pochi punti la questione sul perché alla fine la terza stagione di Lost sia riuscita a superare la prima stagione di Heroes:

[Seguono anticipazioni sui finali di stagione delle due serie]

  • Gli sceneggiatori di Lost hanno cominciato a dare qualche risposta: hanno mostrato chi fosse l’uomo con la benda, che fine avessero fatto i partecipanti al progetto Dharma, dove va a finire il cavo che sparisce nell’oceano… e, in generale, anche i nuovi elementi trovano a volte una spiegazione dopo qualche puntata (vedi il pulmino con l’operaio morto);
  • Anche se Charlie che dà una pagaiata in fronte a Desmond anziché dirgli semplicemente “no, nella stazione subacquea vado io, grazie del pensiero”, dà un’idea di quanto il dialogo continui ad essere difficile sull’isola, finalmente i protagonisti parlano tra loro dei misteri e dei segreti di cui sono a conoscenza, e non solo di fuffa (ma c’è qualcuno a cui frega davvero del triangolo Jack/Kate/Sawyer?). La battuta di Charlie nell’episodio 21 dice tutto:

    Perche’ tutto deve essere un segreto? Che ne dite di un po’ di franchezza una volta tanto?

  • In Heroes ci sono troppi buchi nella logica, come se gli sceneggiatori non sapessero dove volessero andare a parare o stessero cercando di allungare il brodo all’inverosimile. Si veda il primo scontro tra Peter e Sylar, con il buono che può leggere i pensieri dell’altro, utilizzare la telecinesi e volare ed invece si fa prendere alle spalle dal serial killer mutante. E quando quest’ultimo è neutralizzato anziché essere messo fuori gioco definitivamente viene lasciato lì;
  • I personaggi non sono più stati minimamente sviluppati e paiono agire a casaccio: Mohinder sembra un idiota, a Parkman non va meglio, e Peter continua ad essere un personaggio incompleto;
  • Personaggi prima fondamentali come Claude o l’haitiano (Wireless nemmeno la nomino), vengono fatti sparire nel nulla;
  • Non si può ridurre lo scontro finale tra Peter e Sylar ad una scazzottata;
  • Il colpo di scena di Sylar che si salva è quanto di più loffo potesse esserci, alla faccia di tutte le promesse fatte dagli autori sul ciclo che si chiudeva con la prima stagione.
  • Il colpo di sena del sacrificio di Nathan è prevedibile e fondamentalmente senza senso: Peter può volare da solo ma, a parte questo, basterebbe il metodo usato da Claude in passato: una mazzata in testa che faccia perdere i sensi a Peter. Oltretutto se Claire avesse sparato nessuno sarebbe morto. Molto meglio il sacrificio di Charlie in Lost, a prima vista stupido eppure previsto ed inevitabile, e quindi più doloroso. Lascia un po’ perplessi l’apparente immortalità di Bakunin, o il fatto che Penelope fosse proprio lì ad aspettare la trasmissione, ma sono certo che verrà data qualche spiegazione.
  • Il colpo di scena riguardo al flashback di Jack che in realtà è un flash-forward, l’ho trovato un vero colpo di scena, e per quanto qualcuno possa dire che è banale, io non me lo aspettavo.
  • Hurley che va all’arrembaggio con il pulmino degli Hippie. Ma davvero bisogna aggiungere altro?

Insomma, Heroes è pur sempre una serie ben fatta ed il finale è tutt’altro da buttare, ma non c’è nulla da fare, la curiosità per il futuro (o passato) di Hiro e di Heroes non riesce a raggiungere quella per Jack e i naufraghi dell’isola: chi è la persona morta nel futuro (Locke? Ben?)? Perché il padre di Jack viene citato più volte dal figlio come ancora vivo? Chi è Richard e perché non è invecchiato da quando è apparso a Ben da ragazzo? Ma, soprattutto, come faranno i sopravvissuti a tornare indietro? Lost è tornata ad essere una serie avvincente, punto.

Naufraghi ed eroi

Heroes

Qualche nota sparsa sulle differenze di fondo tra i serial televisivi Lost ed Heroes.

Anche io, come molti altri, seguo ormai con scarso interesse il primo, mentre sono un appassionato del secondo, e sono dell’idea che gli sceneggiatori di Heroes si stanno dimostrando parecchio più furbi dei loro colleghi che scrivono le avventure dei poveri naufraghi. E questo nonostante i momenti migliori di Lost siano qualche spanna sopra ai momenti migliori del concorrente, e che la storia di fondo del secondo sia una mera riproposizione di luoghi comuni dei fumetti, ed in particolare una scopiazzatura dell’idea originale degli X-Men.

Ma cominciamo con lo sfatare un luogo comune: Lost non è affatto peggiorato. Nonostante quanto si dica in giro ogni singola puntata è sempre a livelli altissimi, con ottime regie, attori, e tutto il resto. Il problema è però l’impostazione globale, che se ha retto benissimo due stagioni, nella terza mostra ormai evidenti segni di cedimento. Non si può riproporre sempre e comunque lo stesso schema e pretendere di non dare una sensazione di già visto. Così come non si può continuare ad aggiungere mistero al mistero senza mai dare soddisfazione allo spettatore. Troppo presuntuoso credere che qualcuno aspetti cinque anni per avere anche la benché minima soluzione.

Ormai sono passati due anni e mezzo dalla prima puntata di Lost, e le domande che ci si faceva allora sono rimaste le stesse: quali sono i misteri dell’isola? Chi sono “gli altri”? Perché il passato dei singoli protagonisti sembra direttamente connesso con quanto accade sull’isola? Due anni e mezzo e non una sola di queste domande ha trovato risposta. E, è molto probabile, non la troverà nemmeno nei prossimi due anni. Certo, uno si aspetterebbe che se anche i nodi fondamentali non vengono sciolti che nel finale, nel frattempo si cerchi di sviluppare la storia in modo da creare nuove domande alle quali dare risposte. Ed invece no. Le domande vengono poste ma, facendo parte tutte di un disegno imperscrutabile, rimangono in sospeso. L’unica vera rivelazione di questi due anni e mezzo è stata negli istanti finali della seconda stagione, (giusto per non inserire spoiler: la stazione, la telefonata), e dopo esserci stata mostrata non è più stata ripresa.

A questo proposito alcuni dicono che il problema è che, semplicemente, non ci si debbono porre domande. Ora, a parte che se volessi partecipare ad una esperienza collettiva senza pormi alcun perché guarderei l’Angelus e non un serial televisivo, il fatto è che se qualcuno mette lì delle domande, io mi aspetto che come minimo ci siano delle risposte. Altrimenti che non mi si facciano domande, e se lo spettacolo mi piace me lo guardo lo stesso. Ma, certo, devi pure chiamarti David Lynch per poter fare una cosa simile.

Ecco, qua sta invece la classe di Heroes e, per dirla tutta, anche di Prison Break. Entrambi questi serial televisi infatti hanno dei nodi fondamentali che continuano a rimanere irrisolti, e che sono quelli che muovono la serie stessa, ma nel frattempo vengono mostrate nuove domande e date risposte. Ecco quindi che alla fine della visione di una singola puntata non ti senti truffato ma appagato. Un mistero, fosse anche un dettaglio, viene spiegato, ed al contempo ne vengono tirati in ballo almeno altri tre perfettamente coerenti con la trama.

La puntata di Heroes numero diciassette è la prova che meglio testimonia tutto questo: contrariamente a quanto appare a prima vista, si veda ad esempio il commento di Andrea, è una puntata che spiega pochissimo ed aggiunge più di molte altre puntate. Per intenderci, e giusto per rimanere alle domande fondamentali buttate là con nonchalance [Se non avete visto questa puntata meglio che saltiate al prossimo paragrafo]: Cos’è in realtà la Compagnia? Che ruolo ha in tutto ciò il padre di Hiro? Cosa sa l’haitiano che noi non sappiamo? Chi proteggeva Claude? E, si badi, non sono bazzecole ma questioni, tutte, fondamentali. Eppure nell’episodio si vede il perché della fuga di Claude, o le ragioni apparenti della Compagnia, e questo basta per essere soddisfatti per il momento, anche perché gli avvenimenti hanno mostrato che le cose cambiano, evolvono, così come i personaggi. Il Mr. Bennet dell’ultima puntata non è quello conosciuto nella prima, così come Claire o Parkman.

Questo non hanno capito gli sceneggiatori di Lost: che puoi pure avere l’idea migliore del mondo, ma se per presentarla ti ci vogliono cinque anni alla fine a nessuno importerà più nulla. In fondo Heroes è come le costruzioni: gli sceneggiatori ti danno un mattoncino per volta ed anche se non capisci cosa stai costruendo vedi qualcosa venir su. In Lost no, ti danno pezzi di un puzzle che non puoi combinare tra loro e l’unica cosa che puoi fare è lasciarli nella scatola per cinque anni aspettando che ci siano tutti. Ma se vogliono tornare a macinare spettatori e consensi quello che davvero dovrebbero fare è cambiare rotta al più presto, far tornare Locke e Charlie i personaggi cazzuti di prima, piantarla di mostrarci Jack che fa gli occhioni per Kate, e dirci almeno perché un galeone si trova in mezzo ad una foresta.

Se poi alla fine avranno avuto ragione quelli di Lost e al momento della soluzione tutto apparirà di una bellezza e di una coerenza disarmanti, e se invece Prison Break si trasformerà in una simil-soap con i due amorini in fuga (certo il fatto che Scheuring abbandoni la serie alla seconda stagione mentre questa continuerà non fa così ben sperare), e Loeb e compagni si rimangeranno tutto quanto detto (si legga in proposito cosa dicono riguardo al loro modello di ispirazione), beh allora tanto di cappello ad Abrams e soci. Abbiamo ancora parecchio da aspettare, prima di poterlo dire.

Ma, per ora, ciò che conta è salvare la cheerleader.