[SubsFactory] Heroes

È l’assistente di Galileo Galilei ad esclamare, in “Vita di Galileo” di Bertold Brecht, “Disgraziato il paese che non ha eroi!”, ed a ciò il maestro non può che rispondere “Felice il paese che non ha bisogno di eroi!”.
Un mondo che non ha bisogno di eroi è un mondo felice, sicuro, e perciò utopistico. Nel nostro mondo invece gli eroi continuano ad essere necessari, e quando non si hanno li si inventa. Li si fabbrica nei libri, nei film, nei fumetti, nella tv, e proprio nella tv nasce “Heroes”.
L’idea alla base della serie è quella di mostrare persone comuni divenute d’improvviso eroi, non perché alle prese con superpoteri ma perché investite d’un compito superiore: salvare il mondo. Se molte di loro hanno infatti ricevuto un dono, il potere di volare, di vedere il futuro, di leggere i pensieri, altre sono persone normalissime che per via di tutta una serie di circostanze si trovano sulla stessa barca delle altre, sia che si tratti del figlio del genetista che ha studiato la nascita di questi poteri, sia che si tratti di un padre che cerca solo di fare il bene della propria figlia. Mentre chi ha il dono può utilizzarlo per i propri scopi, egoistici quando non malvagi.
La trama riprende a pieni mani dai fumetti ed in particolar modo dagli X-Men: l’evoluzione della specie fa sì che alcuni umani risultino dotati di superpoteri, e tra essi vi è chi si allea per combattere un pericolo incombente che minaccia l’umanità intera. Non è chiaro quale sarà il pericolo da combattere, tutto ciò che si conosce è che l’evento scatenante sarà un’esplosione che distruggerà New York, e la chiave per riuscire ad evitare tutto questo è una ragazza dotata di poteri. A complicare il tutto intervengono una società segreta che è a conoscenza di queste persone ma i cui scopi rimangono oscuri, ed un serial killer che uccide solo chi ha il dono.
Per chi è appassionato di comics americani tutto questo sarà familiare, come detto è chiara l’ascendenza dagli Uomini X di casa Marvel, e difatti anche il ritratto dell’eroe è quello a cui siamo ormai abituati da qualche anno, eroi fragili, perdenti, infelici. In una parola: umani. Non a caso il protagonista principale è Peter Petrelli, giovane infermiere per malati terminali che sogna di volare ed è succube di una famiglia in cui ha sempre vissuto all’ombra del fratello maggiore Nathan, ambizioso candidato per il senato americano. Attorno a lui una compagine variegata di eroi: dal travet giapponese appassionato di fumetti alla madre premurosa che per lavoro si mostra su internet, dalla collegiale alle prese con la propria adolescenza al pittore dedito all’eroina.
Ciò che ha fatto il successo del telefilm è stata la capacità di saper miscelare gli elementi principali dei comics, dal cui mondo arrivano alcuni dei suoi sceneggiatori, a quelli ormai ricorrenti nelle serie tv d’oltreoceano, ad esempio la società segreta con scopi occulti ormai presente in larga parte dei telefilm statunitensi di maggior successo. Così se da un lato si può parlare di vera e propria scopiazzatura dei fumetti, dall’altro va dato atto alle menti dietro ad “Heroes” di essere riuscite a prendere tutti gli elementi fondamentali ed a mischiarli in modo da farli funzionare in una serie televisiva, cosa finora mai successa prima.
Il risultato è uno show che riesce a coinvolgere lo spettatore grazie a continue domande che vengono poste lungo il cammino, ma grazie anche al modo in cui vengono qua e là sparse le risposte, rendendo possibile per lo spettatore sentirsi in un certo senso appagato dalla visione dei singoli episodi, senza ricorso a colpi di scena inverosimili che minino la sospensione dell’incredulità necessaria per un prodotto simile. C’è da dire che la seconda parte della serie non è all’altezza della prima e tradisce in parte le premesse ma, comunque sia, rimane uno spettacolo godibilissimo, molto al di sopra della media, e va considerata la media americana, ben più alta di quella a cui è abituato lo spettatore italiano.

Se poi tutto questo vi sembra esagerato e il richiamo a Brecht ridicolo, beh mettiamola in questi termini: c’è gente con superpoteri. Ci sono i buoni e ci sono i cattivi e i buoni devono salvare il mondo. Alla fine i buoni e i cattivi se le danno. Per avere superpoteri gli uomini devono essere sfigati, le donne gnocche. E questo è tutto.

Rimani solo e osserva

Un piccolo brano presente nella postfazione al bellissimo Le Braci, di Sándor Márai, tratto da Cielo e terra. Non credo che l’opera sia mai stata tradotta in italiano perciò suppongo che la traduzione del passo che segue si debba alla curatrice della postfazione, Marinella D’Alessandro.

Può darsi che la solitudine distrugga l’uomo, così come ha fatto con Pascal, Hölderlin e Nietzsche. Ma questo fallimento, questa frattura, sono comunque più degni di un uomo di pensiero di quanto non lo sia la sua connivenza con un mondo che prima lo contagia con le sue seduzioni dolci e perverse e poi lo scaraventa nella fossa. Tu precipita più in basso nella voragine della solitudine. Perirai ugualmente, ma con la tua caduta avrai sostenuto il destino che governa la tua anima e la tua opera. Rimani solo e ricorda. Rimani solo e osserva. Rimani solo e rispondi. Non illuderti: non esistono soluzioni diverse. Rimani solo, anche a costo della vita.

[aNobii] American Gods

Neil Gaiman, American Gods

Appena uscito di galera, il protagonista, per tutti Shadow, viene assoldato da un bizzarro personaggio come una sorta di guardia del corpo. Sin da subito però le cose si riveleranno più strane di quanto ci si aspetterebbe: incontri con personaggi inconsueti dai poteri sovrannaturali, sogni indecifrabili che forse non sono solo sogni, eventi inspiegabili tramite le leggi della fisica e della logica.

Come si scoprirà presto ciò che sta accadendo sono i reparativi per una battaglia, la più grandiosa di tutte: una battaglia tra dèi. Da una parte le vecchie divinità dei più disparati pantheon: egizie e scandinave, indiane e africane, creature della mitologia scozzese e di quella est-europea. E dall’altra i nuovi dèi americani: da internet alla televisione, dalle agenzie di spionaggio alle autostrade. Sconfiggere i nuovi arrivati sembra l’unico modo per i vecchi dèi per continuare a vivere le proprie vite, spesso stentate, in una terra che non è mai stata feconda per i culti. Ma non sempre le cose sono come sembrano, meno che mai quando si ha a che fare con gli esseri divini.

In “American Gods” Gaiman riprende un tema già affrontato più volte in Sandman rendendolo il perno del racconto: gli dèi sono tali in virtù della fede riposta in loro, quando nessuno crede più in una divinità, questa muore. Se l’autore riesce a mostrare una buona capacità nel mantenere le redini della storia, nonostante sia alla prima vera prova come romanziere, va detto che la mancanza delle immagini sembra pesargli, portandolo ad infarcire la narrazione di descrizioni inutili nel tentativo di sopperire all’immediato riscontro visivo proprio dei fumetti. Il risultato è una narrazione non sempre fluida.

Il finale della vicenda appare un po’ troppo semplicistico: la tempesta preannunciata fin dalle prime battute si risolve nel giro di due paginette in maniera del tutto improbabile. A questa smagliatura nella trama andrebbe aggiunta anche l’eccessiva propensione del protagonista a non meravigliarsi troppo di quanto gli accade intorno, ma se prendiamo la storia per quello che è, una sorta di favola moderna, tale critica può venire facilmente accantonata.

In definitiva “American Gods” è un buon libro fantastico ma che sconta l’inesperienza dell’autore come romanziere. Per chi ama la letteratura fantastica è certamente consigliato.

Neil Gaiman, American Gods, Mondadori, EUR 9.40

(Scheda su aNobii)

[aNobii] L’Idiota

F. Dostoevskij, L’Idiota

“L’Idiota” è la storia di due fallimenti: quello dell’autore, Fëdor Dostoevskij, secondo il quale il romanzo non esprimeva nemmeno un decimo di quanto avrebbe voluto, e soprattutto quello del protagonista, il principe Lev Nikolaevic Myškin, l’idiota. In tale opera l’autore si pone forse l’obiettivo più ambizioso della propria carriera: scrivere la storia di un uomo assolutamente buono, calandolo in un contesto tragico.

Eccolo allora, il principe Myškin, un Cristo del diciannovesimo secolo, un Cristo epilettico ed impotente e soprattutto idiota. Perché solo con l’idiozia si può spiegare la bontà assoluta, la mancanza di ombre nell’anima. E ciò che ci viene mostrato è la sua caduta, inevitabile quanto prevedibile, dovuta alla diversità rispetto al mondo che lo circonda, all’estraneità a quel luminoso banchetto che è la vita, a cui tutte le creature partecipano ed a cui egli, come si è dolorosamente accorto, non potrà mai prendere parte.

L’evento scatenante di tale caduta sarà l’incontro del principe con altre due anime dannate: Rogozin, il suo doppio malvagio, e Nastasja Filippovna, la donna di cui entrambi si innamoreranno. Nastasia è una creatura meravigliosa ma che ormai si considera perduta: dopo anni di stupri ed abusi subiti sin da quando era bambina tutto ciò a cui anela è l’autodistruzione. L’amore del principe, creatura ferita e diversa dagli altri proprio come lei, potrebbe offrirle quella speranza invano cercata per molto tempo, ma come accettare tanta purezza quando si considera così irrimediabilmente corrotta, quando sente che il marcio intorno a lei le è entrato dentro come un cancro e non c’è che una soluzione per liberarsene, la morte?

Il finale di tutta la vicenda non può che essere tragico, senza alcuna promessa di salvazione, come era invece in “Delitto e Castigo”. La bontà, pare voler dire Dostoevskij, non è di questo mondo, e gli unici modi per fuggire alla malvagità dell’uomo sono la morte e la follia.

Nonostante l’autore ritenesse che il risultato di quest’opera fosse inferiore alle aspettative, “L’idiota” rimane uno dei suoi migliori lavori di sempre, il protagonista è una delle figure più potenti di tutta la letteratura, con la sua carica di bontà, di umanità, e soprattutto di compassione. Ed è difficile, se non impossibile, restare indifferenti al suo destino.

F. Dostoevskij, L’Idiota, BUR, EUR 11

(Scheda su aNobii)

[SubsFactory] Dexter

(Recensione scritta un po’ di fretta e furia per la newsletter di SubsFactory. La incollo comunque qui.)

Dexter

Miami. Dexter Morgan è un ematologo in forza alla polizia, ed è bravo in quello che fa. Riesce a capire com’è avvenuto un crimine semplicemente dalla disposizione delle macchie di sangue, dalla loro forma. Ma non è tutto qui. Dexter Morgan è anche un serial killer. Ed anche in questo è bravo.
Non è un omicida seriale qualunque, è un assassino di assassini. Le sue vittime sono le persone che riescono in un modo o nell’altro a sfuggire alla mano della giustizia ma che nulla possono per impedire che quella di Dexter le ghermisca e le renda una goccia di sangue su un vetrino.
Ma non è per vendetta che uccide, e meno che mai per giustizia. È per bisogno. Un bisogno insopprimibile che guida la sua esistenza fin da quando ha memoria, fin da quando, ancora bambino, vide ciò che nessuno dovrebbe vedere e che sommerse letteralmente la sua vita nel sangue, spezzando qualcosa dentro di lui.

Fu il padre adottivo, il poliziotto che lo salvò dalla scena del crimine di cui fu testimone, a crescerlo e a dargli un codice che lo guidasse, facendo sì che la sua sete di sangue non colpisse vittime innocenti. Ed è un codice che ha onorato tutta la vita ma a cui è sempre più difficile restare fedele. Il senso di vuoto è troppo grande e la scelta tra essere semplicemente se stesso o continuare ad indossare una maschera si farà sempre più difficile, soprattutto quando si troverà a fronteggiare un altro serial killer, un omicida che fa a pezzi prostitute senza lasciare nei loro corpi smembrati una goccia di sangue, e che risulterà avere con Dexter un legame speciale, dimostrandosi forse l’unico con cui questi può essere davvero se stesso, senza finzioni.

Ciò che colpisce della serie, paradossalmente, è la levità con cui sono spesso affrontate le situazioni più cruente ma nelle quali Dexter è perfettamente a proprio agio rispetto alle vicissitudini della vita comune, delle quali il protagonista è sempre rimasto spettatore apatico e passivo e che ora non sa come affrontare. Come nel rapporto con la sua ragazza, Rita, donna bella ed intelligente ma dentro di sé spezzata da anni di abusi del marito. È proprio in virtù di questo che Dexter l’ha scelta, ed è nel momento in cui lei inizia a lasciare alle spalle il passato che il fidanzato va in crisi e non sa più come gestire la cosa, con risultati assolutamente grotteschi ed esilaranti.

La caratterizzazione dei personaggi è un altro punto di forza di questa serie, non solo di quelli principali, tra i quali rientra la giovane sorella adottiva di Dexter, Debra, poliziotta all’apparenza dura e spaccona ma in realtà fragile e bisognosa d’amore, e soprattutto incapace di comprendere il fratello. Anche quelli secondari, dal collega Angel, al sergente Doakes, sono tutti dipinti benissimo, con dettagli che non fanno che renderli veri. Ciò che si vede, e che lo stesso Dexter scopre, è che tutti in realtà portano una maschera, mostrando agli altri solo ciò che vogliono, mentendo su se stessi per apparire diversi, migliori magari.

Non si può non provare simpatia per il giovane assassino, e sotto sotto non si può non parteggiare per lui, nonostante si tratti in fin dei conti di un serial killer. Perché la vera lezione, tremenda, è che in fondo Dexter non è che la persona che tutti vorrebbero essere, il lato oscuro che abbiamo tutti dentro ma a cui solo lui dà sfogo. E quando si troverà davanti al bivio, se essere libero o se scegliere le regole e le maschere, sarà difficile non capire la difficoltà della scelta.

Come si sarà capito si sta parlando di una serie completamente atipica, fuori dagli schemi a cui si è ormai avvezzi. Tratta da un romanzo di Jeff Lindsay, è realizzata con tanta cura che è difficile muoverle critiche di qualche spessore: dalla bellissima sigla alla location, una Miami meticcia e sudata lontana anni luce da quella patinata di un “Miami Vice” o di un “CSI: Miami”, dai personaggi alla colonna sonora, tutto combacia. Persino la durata, dodici episodi, è perfetta, riuscendo a svolgere in maniera coerente e senza cali di tensione la trama portante, e lasciando con la voglia di saperne di più di questo strano serial killer. In definitiva una delle serie migliori, se non addirittura la migliore, del 2006.

RadioSogno / Season of mists

E va bene, alla fine l’ho fatto. RadioSogno è qua. Niente di che: una manciata di pezzi che ascolto, che mi piacciono, che voglio condividere. Non la musica giusta per questa estate che viene ed anzi è già qua. È la musica per la stagione delle nebbie. E quindi ecco pezzi recentissimi, come quello dei Great Lake Swimmers, tratto dal bello e delicato “Ongiara”, o quello dei National, il cui album “Boxer” è, nemmeno a dirlo, caldamente consigliato, eppoi vecchi brani quali quello di De Gregori, o quello di Nick Drake, tratto dal bellissimo e magico Pink Moon. Ed in mezzo un po’ di tutto: gli Smashing Pumpkins quando erano gli Smashing Pumpkins, i Wilco che fanno musica tra le migliori che si sentano in giro al momento, i Marta sui Tubi che meriterebbero tanta attenzione in più, David Sylvian che è David Sylvian e basta… eccetera… eccetera…

RadioSogno / Season of mists

  1. Great Lake Swimmers – There Is A Light
  2. Midlake – We Gathered in Spring
  3. The Decemberists – The Crane Wife 3
  4. The National – Fake Empire
  5. Wilco – Leave Me (Like You Found Me)
  6. The Lucksmiths – A Hiccup in Your Happiness
  7. Travis – Why Does it Always Rain on Me?
  8. Francesco De Gregori – Canzone per l’estate
  9. Dave Matthews – Some Devil
  10. Beck – Lost Cause
  11. The Smashing Pumpkins – Cherub Rock (acoustic)
  12. L’Aura – Today
  13. Massive Attack – Unfinished Simpathy
  14. David Sylvian – Forbidden Colours
  15. Marta sui Tubi – Vecchi Difetti
  16. Nick Drake – Pink Moon

Arriverà anche la musica della stagione del sole. Promesso.

To absent friends, lost loves, old gods, and the season of mists; and may each and every one of us always give the devil his due.

I link del fine settimana – 23/06/07

  • wpzipper è un sito che permette di creare la propria versione di WordPress con i plugin ed i temi preferiti già inclusi. Utile per chi deve installare più blog con le stesse impostazioni, o anche a chi non ha voglia di stare a cercare i vari moduli in giro per il web. Peccato non sia un progetto ufficiale di WordPress, cosa che rende possibile che non sia sempre aggiornato come si deve (segnalo tra l’altro l’uscita di WordPress 2.2.1);
  • Mai più senza: Fogshield. The most advanced security fog system on the market today, mica pizza e fichi;
  • Kestrel sta arrivando. Per chi non lo sapesse Kestrel è il nome in codice della nuova release di Opera, la 9.5, che prevede miglioramenti vari nel supporto agli standard, nell’interfaccia, nella velocità e nell’integrazione con le varie piattaforme;
  • Tipo che si prende a calci nelle palle da solo. C’è da aggiungere altro?
  • Per molti, il miglior video mai apparso in rete. Assolutamente assurdo ma è impossibile non cliccare di nuovo su Play;
  • Niente nuovo giochino in flash questa settimana ma segnalo che Desktop Tower Defense è stato aggiornato, e che purtroppo ho perso i vari link ai cloni di questo gioco, per la gioia di chi so io.

[aNobii] Il partigiano Johnny

Copertina de ‘Il partigiano Johnny’

“Il partigiano Johnny” non è solo un libro sulla Resistenza: è la Resistenza. Lo sguardo disincantato di Johnny, giovane studente di lingue che prende la via della montagna per combattere il fascismo, è lo sguardo di Fenoglio, di chi ha a sua volta fatto quella scelta e può adesso raccontarla, nelle sue luci e nelle sue ombre.

Non c’è retorica nel libro, nessun tentativo di evangelizzare il prossimo, di mostrargli la retta via. Il protagonista ha fatto quella scelta perché ci crede, perché era quella che riteneva giusta, perché “partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità”. E poco importa se anche la fazione partigiana ha i suoi lati oscuri – impreparata, meschina, fragile – Johnny/Fenoglio non ha paura di guardare a tutto questo, di mostrarlo al lettore senza abbellimenti, perché nessun abbellimento è possibile per le brutture della guerra. E non è mai messo in dubbio quale sia la parte della Linea Gotica dalla quale stare, quella da proteggere e per la quale dare la vita.

Un cancro ha decretato definitivamente lo status di romanzo incompiuto per “Il partigiano Johnny”, e la sua incompiutezza è sotto gli occhi di tutti, nei brani incerti come nelle parole o negli interi periodi scritti in inglese. Eppure tutto questo non fa che dare ancora più forza al romanzo: parafrasando una canzone dei CCCP, l’autore “scorteccia le parole, aride, schegge, secche, adatte al fuoco”. L’asciuttezza del testo, la sua difficoltà, fanno da contraltare alle difficoltà ed ai pericoli di Johnny, ne sono lo specchio su carta.

È importante leggere questo libro, è importante se si vuole almeno lontanamente capire cosa fosse la Resistenza, cosa significasse, lontano da chi oggi predica l’uguaglianza tra chi combattè sui due fronti opposti.

Quando “Una questione privata”, altro romanzo incompiuto di Fenoglio sulla Resistenza, fu pubblicato, Italo Calvino ebbe a scrivere: “Fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno a finirlo, e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni”. Ecco, queste parole hanno lo stesso identico valore per “Il partigiano Johnny”. Perché è un libro che va letto anche oggi. Soprattutto oggi.

B. Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, EUR 11.5

(Scheda su aNobii)