Opera è meglio di Firefox

E basta. Non è possibile che per avere le stesse funzionalità di Opera si debba fare incetta di estensioni. Non è possibile che non siano integrate funzionalità tanto elementari come la richiesta della master password ad ogni login, la gestione dei tab e quella dei movimenti del mouse, o addirittura la possibilità di modificare le scorciatoie da tastiera. Non è possibile che nel menù contestuale non ci sia l’opzione “apri il link in questo tab”.

Mi chiedo come abbia fatto un prodotto tanto scarso ad avere tanto successo. D’accordo, è open source, ma poi? È lento e pesante, anche se ha mille estensioni quelle davvero utili sono una manciata, ed oltretutto la loro aggiunta non fa che appesantire il programma. Senza contare che molte “novità” di Firefox in Opera erano presenti da tempo, come la navigazione per tab.

Eppure in questo momento mi trovo costretto ad usare Firefox perché a causa di un bug in WordPress i post scritti con Opera non sono XHTML valido, e a parte questo capita di trovare siti ottimizzati per Firefox, si vedano bookmarklet che con Opera non funzionano e quisquilie varie. Giusto per farla breve:

Le cose che Firefox ha e mancano in Opera:

  • Gli strumenti per sviluppatori web, in particolar modo Firebug e Web Developer: Opera ha una barra apposita ed è possibile utilizzare Firebug inserendo uno script sulla pagina web ma non è la stessa cosa (attraverso gli strumenti Opera Developer Console e Dom Snapshot, e la Web Developer Toolbar & Menu non credo manchi davvero nulla, anzi c’è anche troppa roba);
  • Tiny Menu: per avere tutti i menù in un’unica voce;
  • NoScript e CookieSafe: Opera ha ottime opzioni per cookie e javascript, sicuramente al livello di quelle per Firefox, quello che manca è la possibilità di gestirle cliccando su un semplice pulsante;

Le cose che Opera ha, e Firefox no:

  • Un’interfaccia pulita, coerente, veloce e leggera;
  • Una gestione delle password ottima, grazie alla bacchetta magica e alla master password (no, nemmeno con le estensioni Firefox arriva a quei risultati);
  • La possibilità di cliccare su “Indietro” e avere la pagina che si è appena lasciati senza che questa si ricarichi. Opera la pesca dalla cache ed è subito lì;
  • Ottime scorciatoie da tastiera che possono essere modificate a piacimento;
  • La possibilità di andare alla pagina, o immagine, successiva di una serie, semplicemente andando avanti attraverso barra spaziatrice, il movimento del mouse, etc;
  • Una funzione Speed Dial fatta come si deve (no, quella che si ottiene con l’estensione di Firefox non lo è, per chi è abituato ad Opera);
  • Una gestione dei tab pressoché perfetta;
  • Varie ed eventuali (di tantissime cose ci si rende conto solo nell’uso comune);

È inutile, alla fin fine Firefox non mi convincerà mai, e dover essere costretto ad utilizzarlo solo perché sta diventando il nuovo standard nel web 2.0, forse più di quanto lo fosse IE nel web 1.0, è frustrante. L’unica maniera che ha Opera per ottenere il successo che merita è divenire open source, ma questo non accadrà probabilmente mai, ergo dovrò continuare a smoccolare anche negli anni a venire.

Naufraghi ed eroi

Heroes

Qualche nota sparsa sulle differenze di fondo tra i serial televisivi Lost ed Heroes.

Anche io, come molti altri, seguo ormai con scarso interesse il primo, mentre sono un appassionato del secondo, e sono dell’idea che gli sceneggiatori di Heroes si stanno dimostrando parecchio più furbi dei loro colleghi che scrivono le avventure dei poveri naufraghi. E questo nonostante i momenti migliori di Lost siano qualche spanna sopra ai momenti migliori del concorrente, e che la storia di fondo del secondo sia una mera riproposizione di luoghi comuni dei fumetti, ed in particolare una scopiazzatura dell’idea originale degli X-Men.

Ma cominciamo con lo sfatare un luogo comune: Lost non è affatto peggiorato. Nonostante quanto si dica in giro ogni singola puntata è sempre a livelli altissimi, con ottime regie, attori, e tutto il resto. Il problema è però l’impostazione globale, che se ha retto benissimo due stagioni, nella terza mostra ormai evidenti segni di cedimento. Non si può riproporre sempre e comunque lo stesso schema e pretendere di non dare una sensazione di già visto. Così come non si può continuare ad aggiungere mistero al mistero senza mai dare soddisfazione allo spettatore. Troppo presuntuoso credere che qualcuno aspetti cinque anni per avere anche la benché minima soluzione.

Ormai sono passati due anni e mezzo dalla prima puntata di Lost, e le domande che ci si faceva allora sono rimaste le stesse: quali sono i misteri dell’isola? Chi sono “gli altri”? Perché il passato dei singoli protagonisti sembra direttamente connesso con quanto accade sull’isola? Due anni e mezzo e non una sola di queste domande ha trovato risposta. E, è molto probabile, non la troverà nemmeno nei prossimi due anni. Certo, uno si aspetterebbe che se anche i nodi fondamentali non vengono sciolti che nel finale, nel frattempo si cerchi di sviluppare la storia in modo da creare nuove domande alle quali dare risposte. Ed invece no. Le domande vengono poste ma, facendo parte tutte di un disegno imperscrutabile, rimangono in sospeso. L’unica vera rivelazione di questi due anni e mezzo è stata negli istanti finali della seconda stagione, (giusto per non inserire spoiler: la stazione, la telefonata), e dopo esserci stata mostrata non è più stata ripresa.

A questo proposito alcuni dicono che il problema è che, semplicemente, non ci si debbono porre domande. Ora, a parte che se volessi partecipare ad una esperienza collettiva senza pormi alcun perché guarderei l’Angelus e non un serial televisivo, il fatto è che se qualcuno mette lì delle domande, io mi aspetto che come minimo ci siano delle risposte. Altrimenti che non mi si facciano domande, e se lo spettacolo mi piace me lo guardo lo stesso. Ma, certo, devi pure chiamarti David Lynch per poter fare una cosa simile.

Ecco, qua sta invece la classe di Heroes e, per dirla tutta, anche di Prison Break. Entrambi questi serial televisi infatti hanno dei nodi fondamentali che continuano a rimanere irrisolti, e che sono quelli che muovono la serie stessa, ma nel frattempo vengono mostrate nuove domande e date risposte. Ecco quindi che alla fine della visione di una singola puntata non ti senti truffato ma appagato. Un mistero, fosse anche un dettaglio, viene spiegato, ed al contempo ne vengono tirati in ballo almeno altri tre perfettamente coerenti con la trama.

La puntata di Heroes numero diciassette è la prova che meglio testimonia tutto questo: contrariamente a quanto appare a prima vista, si veda ad esempio il commento di Andrea, è una puntata che spiega pochissimo ed aggiunge più di molte altre puntate. Per intenderci, e giusto per rimanere alle domande fondamentali buttate là con nonchalance [Se non avete visto questa puntata meglio che saltiate al prossimo paragrafo]: Cos’è in realtà la Compagnia? Che ruolo ha in tutto ciò il padre di Hiro? Cosa sa l’haitiano che noi non sappiamo? Chi proteggeva Claude? E, si badi, non sono bazzecole ma questioni, tutte, fondamentali. Eppure nell’episodio si vede il perché della fuga di Claude, o le ragioni apparenti della Compagnia, e questo basta per essere soddisfatti per il momento, anche perché gli avvenimenti hanno mostrato che le cose cambiano, evolvono, così come i personaggi. Il Mr. Bennet dell’ultima puntata non è quello conosciuto nella prima, così come Claire o Parkman.

Questo non hanno capito gli sceneggiatori di Lost: che puoi pure avere l’idea migliore del mondo, ma se per presentarla ti ci vogliono cinque anni alla fine a nessuno importerà più nulla. In fondo Heroes è come le costruzioni: gli sceneggiatori ti danno un mattoncino per volta ed anche se non capisci cosa stai costruendo vedi qualcosa venir su. In Lost no, ti danno pezzi di un puzzle che non puoi combinare tra loro e l’unica cosa che puoi fare è lasciarli nella scatola per cinque anni aspettando che ci siano tutti. Ma se vogliono tornare a macinare spettatori e consensi quello che davvero dovrebbero fare è cambiare rotta al più presto, far tornare Locke e Charlie i personaggi cazzuti di prima, piantarla di mostrarci Jack che fa gli occhioni per Kate, e dirci almeno perché un galeone si trova in mezzo ad una foresta.

Se poi alla fine avranno avuto ragione quelli di Lost e al momento della soluzione tutto apparirà di una bellezza e di una coerenza disarmanti, e se invece Prison Break si trasformerà in una simil-soap con i due amorini in fuga (certo il fatto che Scheuring abbandoni la serie alla seconda stagione mentre questa continuerà non fa così ben sperare), e Loeb e compagni si rimangeranno tutto quanto detto (si legga in proposito cosa dicono riguardo al loro modello di ispirazione), beh allora tanto di cappello ad Abrams e soci. Abbiamo ancora parecchio da aspettare, prima di poterlo dire.

Ma, per ora, ciò che conta è salvare la cheerleader.

Le parole sono importanti

È incredibile (e deprimente), il processo di involuzione concernente la lingua italiana in corso presso massmedia e affini: alle Poste si possono trovare espositori con scritte pubblicitarie quali “un pò di”, stessa cosa se si guarda ai sottotitoli di alcuni programmi televisivi (su MTV, Mediaset, etc…), e ultimamente anche su Repubblica, versione cartacea e non, si notano sempre più spesso accenti dove non dovrebbero esserci e “pò” in libertà.

Sarebbe interessante studiare il fenomeno, e capire i motivi di questo processo: È semplice disattenzione o ignoranza? Personalmente credo che sia soprattutto la seconda, ed in particolare temo che la mancanza di formazione, unita ad un disinteresse generale (perché sbattermi per un lavoro che se va bene dura sei mesi e mi dà una paga da fame?), offra anche questo come uno dei suoi tanti frutti avvelenati.

Image Hosted by ImageShack.us

(Da Repubblica.it di qualche giorno fa)

(Ovvio che qui mi stessi riferendo solo a quello che accade nel campo dell’informazione, che una volta era maestra ed invece adesso pare non riesca più ad insegnare nulla, se facciamo un discorso generale sul decadimento della lingua i motivi aumentano: ad esempio constato una eccessiva fiducia nella tecnologia, per cui se il correttore ortografico non segnala errori significa che non ce ne sono e se il T9 scrive “pò” significa che quello è il modo giusto di scriverlo. Inutile infine sottolineare come la scarsa cultura letteraria sia una delle cause principali del fenomeno: chi non legge non può saper scrivere. Ma allora perché molti che non sanno scrivere sono studenti che leggono svariate centinaia di pagine all’anno?)