[aNobii] The Dome

Stephen King, "The Dome", copertina della versione italiana

Un libro mediocre.
Non orribile, non brutto, ma mediocre.
Fin dall’inizio è palese che ciò che interessa a King non sia la lotta contro l’elemento alieno che d’improvviso incombe sui protagonisti, come in altri suoi libri quali “Le Notti di Salem” o “IT”, quanto invece gli effetti che tale elemento scatena sui personaggi. E qui sta la prima mancanza del libro, forse la più grave per uno scrittore di tale calibro: i personaggi di The Dome sono troppo stereotipati, troppo caricaturali, perché ci si possa davvero appassionare alle loro vicende, o vedere in questa storia la metafora di qualcosa di più grande.
Il protagonista, Dale Barbara, è un ex soldato pluridecorato con un episodio oscuro nel suo passato. Sua compagna è una giornalista combattiva e con la battuta sempre pronta. Gli antagonisti sono un venditore di automobili sadico e con velleità da dittatore, ed il figlio psicopatico. Bastano questi per capire di quanti e quali cliché sia condito il libro, nonostante gli altri personaggi siano poco più che mere comparse: dal bravo padre di famiglia, al ragazzino genio, allo sceriffo idiota.
Con basi come queste la pretesa di considerare ciò che avviene nel giro di una sola settimana sotto la cupola come una metafora di ciò che può accadere nel mondo reale, va a farsi benedire.

L’altro grave problema del libro è, spiace dirlo, lo stile. La prolissità di King è nota, ma qua non può non dare fastidio il bisogno costante dell’autore di spiegare tutto, ma proprio tutto, mettendo fra parentesi ogni minima spiegazione, nonché i continui tentativi di trovare la frase ad effetto, la battuta sagace per ogni personaggio, col solo risultato di rendere questi ultimi ancora meno realistici.
Se l’autore non avesse sentito il bisogno di tante e tali sbrodolate, il libro avrebbe potuto essere un terzo più breve e ne avrebbe solo guadagnato, ma qui si potrebbe aprire un capitolo a parte sul ruolo dell’editor.

Ciò che poi affossa definitivamente il libro, è il finale. Affrettato, tirato via, non ispirato: non c’è davvero modo di salvare un finale tanto insulso, indegno di un autore di tale caratura. Come ho detto all’inizio, lo scopo di King non era quello di concentrarsi sulla lotta contro la cupola, ma proprio per questo avrebbe dovuto rimanere fedele al proprio proposito e fare come ad esempio ha fatto Lansdale ne “La Notte del Drive In”, evitando qualsiasi tentativo di spiegazione razionale. Invece all’ultimo momento King non riesce ad avere il coraggio per tale scelta, decidendo di risolvere in una manciata di pagine la lotta dei sopravvissuti contro tale entità aliena, ed il risultato è, beh, mortificante.

In definitiva, un libro deludente.

Un plauso finale va a chi ha deciso di (non) tradurre l’originale “Under the Dome” con “The Dome”, quando nel libro “Dome” viene reso come “Cupola”. Ricorda gli scempi fatti dai titolisti in campo cinematografico. Speriamo non sia l’inizio di una moda anche in abito letterario.

(Scheda su aNobii)

Non è un paese per vecchi

Una recensione lunga e noiosa che avevo scritto ad un’amica. Contiene parecchie anticipazioni, se non avete visto il film forse non dovreste leggerla.

Non è un paese per vecchi

“Non è un paese per vecchi” è un film che mi è piaciuto molto. Anche se mi sono piaciuti tutti i film che ho visto dei fratelli Coen e ho amato l’unico libro di McCarthy che ho letto sin qui, “Cavalli Selvaggi”, non era un risultato scontato, soprattutto non lo era il fatto che lo apprezzassi così tanto.
La forma, prima di tutto: precisa, splendida, si adatta alla scrittura asciutta di McCarthy come un vestito tagliato su misura. Ogni inquadratura è essenziale, ti fa pensare che la cinepresa non potrebbe stare in un altro posto se non lì dove l’hanno messa, riflette i protagonisti e l’ambiente in cui si muovono, perché è il Texas e lì le persone sono come ciò che le circonda. Eppoi il ritmo, quell’avanzare così serrato che mostra il dispiegarsi degli eventi come un meccanismo che una volta messo in moto diventa inarrestabile, arrivando in un modo o nell’altro a colpire tutte le persone coinvolte. Non una sola di esse ne uscirà come ne era entrata, neppure lo sceriffo riluttante a immischiarsi nel caso, che vedremo alla fine ormai come uno stanco pensionato.
Anche la scelta degli attori non avrebbe potuto essere più felice: Bardem fa paura a vederlo, Brolin è bravissimo e Tommy Lee Jones è pressoché perfetto (ma già si sapeva, era sufficiente guardare il personaggio apparentemente simile che interpreta in “Le tre sepolture”).

Infine la trama: gli autori fingono di voler mettere in scena il classico thriller americano dei buoni contro i cattivi e fino alla fine riescono a prendere in giro tutti, quando si decidono a risolvere bruscamente la storia. Non è ai soldi che sono interessati i Coen (quei soldi citati come un’ossessione nel film, tramite il mantra “È tutta questione di soldi” che percorre tutta la pellicola), né a risolvere un caso, ma solo a mostrare una storia, forse la Storia.
Non vi sono risposte ultime, un ordine superiore che regola gli avvenimenti, ciò che regna è il caos, le cose accadono perché accadono e nessuno può farci nulla. Si può tentare di opporsi, di fuggire, come fa Welyn, o cercare un senso, come fa lo sceriffo, oppure accettare questo caos, abbracciarlo e farne parte, come fa Chigurh. Esemplare è il dialogo nella stazione di servizio: il povero gestore si trova di colpo di fronte alla possibilità di morire solo perché ha perso a testa o croce. Si fanno delle scelte che portano con sé conseguenze alle quali poi non ci si potrà più sottrarre, il vecchio ha scelto di trasferirsi in quella stazione per via del matrimonio, ha rivolto una domanda alla persona sbagliata e questo basta per coinvolgerlo in qualcosa più grande di lui. È la stessa cosa accaduta a Mr. Wells, l’altro killer, che si è trovato coinvolto per aver accettato l’incarico di fermare Chigurh, o a Welyn che ha preso i soldi.
In tutto questo è proprio la figura del “cattivo” a svettare, perché al contrario di tutti gli altri è proprio lui ad essersi reso conto di come funziona: se di colpo puoi crepare per un incidente in macchina o perché una moneta l’ha scelto per te, che senso ha opporsi? Che significato hanno le proprie azioni se una persona può ammazzarne migliaia sganciando una bomba? Tanto vale sguazzare in tutto questo, non per i soldi ma solo perché una volta aperti gli occhi non vi è più alcuna differenza. E non è strano che all’occhio di chiunque altro il suo personaggio appaia come uno psicopatico: nessuno riesce ad uscire dalla propria visione ordinata del mondo ed accettare il caos.
Il punto è che così è, e così è sempre stato. Il monologo iniziale dello sceriffo e tutti i suoi discorsi successivi non sono che un malinconico piangersi addosso su quanto fossero belli i vecchi tempi, quando in realtà non lo sono mai stati. La gente si è sempre ammazzata per nulla, ora come allora. E la vecchiaia a cui ci si riferisce non è certo quella temporale: è la vecchiaia dello spirito, la stanchezza che prende quando si è stufi di aspettare risposte che non arrivano e non arriveranno mai, ed allora ci si rifugia in un passato ideale e nei propri sogni, magari nella speranza vana che i propri morti continuino a proteggerci ed a rischiararci il cammino. In questo i caratteri dello sceriffo e di Chigurh risultano agli antipodi, tanto è passivo e il primo tanto è attivo il secondo, e se una sfida vi è stata tra i due durante il dipanarsi della storia è il secondo ad apparire vincente ai nostri occhi, e non certo perché non è stato messo in galera o ammazzato ma solo perché nessuno è stato in grado di contrastare tutto ciò che rappresenta.

Ci sono certo un paio di cose che non mi sono piaciute, come il dialogo con l’uomo in carrozzina che risulta fin troppo didascalico, o l’insieme di finali affastellati uno dopo l’altro, ma anche se ciò fa sì che il film non sia perfetto e non possa definirsi un capolavoro, certo non fa sì che non sia una gran pellicola.
Un bel film, secondo me.

Non è un paese per vecchi

[SubsFactory] Heroes

È l’assistente di Galileo Galilei ad esclamare, in “Vita di Galileo” di Bertold Brecht, “Disgraziato il paese che non ha eroi!”, ed a ciò il maestro non può che rispondere “Felice il paese che non ha bisogno di eroi!”.
Un mondo che non ha bisogno di eroi è un mondo felice, sicuro, e perciò utopistico. Nel nostro mondo invece gli eroi continuano ad essere necessari, e quando non si hanno li si inventa. Li si fabbrica nei libri, nei film, nei fumetti, nella tv, e proprio nella tv nasce “Heroes”.
L’idea alla base della serie è quella di mostrare persone comuni divenute d’improvviso eroi, non perché alle prese con superpoteri ma perché investite d’un compito superiore: salvare il mondo. Se molte di loro hanno infatti ricevuto un dono, il potere di volare, di vedere il futuro, di leggere i pensieri, altre sono persone normalissime che per via di tutta una serie di circostanze si trovano sulla stessa barca delle altre, sia che si tratti del figlio del genetista che ha studiato la nascita di questi poteri, sia che si tratti di un padre che cerca solo di fare il bene della propria figlia. Mentre chi ha il dono può utilizzarlo per i propri scopi, egoistici quando non malvagi.
La trama riprende a pieni mani dai fumetti ed in particolar modo dagli X-Men: l’evoluzione della specie fa sì che alcuni umani risultino dotati di superpoteri, e tra essi vi è chi si allea per combattere un pericolo incombente che minaccia l’umanità intera. Non è chiaro quale sarà il pericolo da combattere, tutto ciò che si conosce è che l’evento scatenante sarà un’esplosione che distruggerà New York, e la chiave per riuscire ad evitare tutto questo è una ragazza dotata di poteri. A complicare il tutto intervengono una società segreta che è a conoscenza di queste persone ma i cui scopi rimangono oscuri, ed un serial killer che uccide solo chi ha il dono.
Per chi è appassionato di comics americani tutto questo sarà familiare, come detto è chiara l’ascendenza dagli Uomini X di casa Marvel, e difatti anche il ritratto dell’eroe è quello a cui siamo ormai abituati da qualche anno, eroi fragili, perdenti, infelici. In una parola: umani. Non a caso il protagonista principale è Peter Petrelli, giovane infermiere per malati terminali che sogna di volare ed è succube di una famiglia in cui ha sempre vissuto all’ombra del fratello maggiore Nathan, ambizioso candidato per il senato americano. Attorno a lui una compagine variegata di eroi: dal travet giapponese appassionato di fumetti alla madre premurosa che per lavoro si mostra su internet, dalla collegiale alle prese con la propria adolescenza al pittore dedito all’eroina.
Ciò che ha fatto il successo del telefilm è stata la capacità di saper miscelare gli elementi principali dei comics, dal cui mondo arrivano alcuni dei suoi sceneggiatori, a quelli ormai ricorrenti nelle serie tv d’oltreoceano, ad esempio la società segreta con scopi occulti ormai presente in larga parte dei telefilm statunitensi di maggior successo. Così se da un lato si può parlare di vera e propria scopiazzatura dei fumetti, dall’altro va dato atto alle menti dietro ad “Heroes” di essere riuscite a prendere tutti gli elementi fondamentali ed a mischiarli in modo da farli funzionare in una serie televisiva, cosa finora mai successa prima.
Il risultato è uno show che riesce a coinvolgere lo spettatore grazie a continue domande che vengono poste lungo il cammino, ma grazie anche al modo in cui vengono qua e là sparse le risposte, rendendo possibile per lo spettatore sentirsi in un certo senso appagato dalla visione dei singoli episodi, senza ricorso a colpi di scena inverosimili che minino la sospensione dell’incredulità necessaria per un prodotto simile. C’è da dire che la seconda parte della serie non è all’altezza della prima e tradisce in parte le premesse ma, comunque sia, rimane uno spettacolo godibilissimo, molto al di sopra della media, e va considerata la media americana, ben più alta di quella a cui è abituato lo spettatore italiano.

Se poi tutto questo vi sembra esagerato e il richiamo a Brecht ridicolo, beh mettiamola in questi termini: c’è gente con superpoteri. Ci sono i buoni e ci sono i cattivi e i buoni devono salvare il mondo. Alla fine i buoni e i cattivi se le danno. Per avere superpoteri gli uomini devono essere sfigati, le donne gnocche. E questo è tutto.

[aNobii] American Gods

Neil Gaiman, American Gods

Appena uscito di galera, il protagonista, per tutti Shadow, viene assoldato da un bizzarro personaggio come una sorta di guardia del corpo. Sin da subito però le cose si riveleranno più strane di quanto ci si aspetterebbe: incontri con personaggi inconsueti dai poteri sovrannaturali, sogni indecifrabili che forse non sono solo sogni, eventi inspiegabili tramite le leggi della fisica e della logica.

Come si scoprirà presto ciò che sta accadendo sono i reparativi per una battaglia, la più grandiosa di tutte: una battaglia tra dèi. Da una parte le vecchie divinità dei più disparati pantheon: egizie e scandinave, indiane e africane, creature della mitologia scozzese e di quella est-europea. E dall’altra i nuovi dèi americani: da internet alla televisione, dalle agenzie di spionaggio alle autostrade. Sconfiggere i nuovi arrivati sembra l’unico modo per i vecchi dèi per continuare a vivere le proprie vite, spesso stentate, in una terra che non è mai stata feconda per i culti. Ma non sempre le cose sono come sembrano, meno che mai quando si ha a che fare con gli esseri divini.

In “American Gods” Gaiman riprende un tema già affrontato più volte in Sandman rendendolo il perno del racconto: gli dèi sono tali in virtù della fede riposta in loro, quando nessuno crede più in una divinità, questa muore. Se l’autore riesce a mostrare una buona capacità nel mantenere le redini della storia, nonostante sia alla prima vera prova come romanziere, va detto che la mancanza delle immagini sembra pesargli, portandolo ad infarcire la narrazione di descrizioni inutili nel tentativo di sopperire all’immediato riscontro visivo proprio dei fumetti. Il risultato è una narrazione non sempre fluida.

Il finale della vicenda appare un po’ troppo semplicistico: la tempesta preannunciata fin dalle prime battute si risolve nel giro di due paginette in maniera del tutto improbabile. A questa smagliatura nella trama andrebbe aggiunta anche l’eccessiva propensione del protagonista a non meravigliarsi troppo di quanto gli accade intorno, ma se prendiamo la storia per quello che è, una sorta di favola moderna, tale critica può venire facilmente accantonata.

In definitiva “American Gods” è un buon libro fantastico ma che sconta l’inesperienza dell’autore come romanziere. Per chi ama la letteratura fantastica è certamente consigliato.

Neil Gaiman, American Gods, Mondadori, EUR 9.40

(Scheda su aNobii)

[aNobii] L’Idiota

F. Dostoevskij, L’Idiota

“L’Idiota” è la storia di due fallimenti: quello dell’autore, Fëdor Dostoevskij, secondo il quale il romanzo non esprimeva nemmeno un decimo di quanto avrebbe voluto, e soprattutto quello del protagonista, il principe Lev Nikolaevic Myškin, l’idiota. In tale opera l’autore si pone forse l’obiettivo più ambizioso della propria carriera: scrivere la storia di un uomo assolutamente buono, calandolo in un contesto tragico.

Eccolo allora, il principe Myškin, un Cristo del diciannovesimo secolo, un Cristo epilettico ed impotente e soprattutto idiota. Perché solo con l’idiozia si può spiegare la bontà assoluta, la mancanza di ombre nell’anima. E ciò che ci viene mostrato è la sua caduta, inevitabile quanto prevedibile, dovuta alla diversità rispetto al mondo che lo circonda, all’estraneità a quel luminoso banchetto che è la vita, a cui tutte le creature partecipano ed a cui egli, come si è dolorosamente accorto, non potrà mai prendere parte.

L’evento scatenante di tale caduta sarà l’incontro del principe con altre due anime dannate: Rogozin, il suo doppio malvagio, e Nastasja Filippovna, la donna di cui entrambi si innamoreranno. Nastasia è una creatura meravigliosa ma che ormai si considera perduta: dopo anni di stupri ed abusi subiti sin da quando era bambina tutto ciò a cui anela è l’autodistruzione. L’amore del principe, creatura ferita e diversa dagli altri proprio come lei, potrebbe offrirle quella speranza invano cercata per molto tempo, ma come accettare tanta purezza quando si considera così irrimediabilmente corrotta, quando sente che il marcio intorno a lei le è entrato dentro come un cancro e non c’è che una soluzione per liberarsene, la morte?

Il finale di tutta la vicenda non può che essere tragico, senza alcuna promessa di salvazione, come era invece in “Delitto e Castigo”. La bontà, pare voler dire Dostoevskij, non è di questo mondo, e gli unici modi per fuggire alla malvagità dell’uomo sono la morte e la follia.

Nonostante l’autore ritenesse che il risultato di quest’opera fosse inferiore alle aspettative, “L’idiota” rimane uno dei suoi migliori lavori di sempre, il protagonista è una delle figure più potenti di tutta la letteratura, con la sua carica di bontà, di umanità, e soprattutto di compassione. Ed è difficile, se non impossibile, restare indifferenti al suo destino.

F. Dostoevskij, L’Idiota, BUR, EUR 11

(Scheda su aNobii)

[SubsFactory] Dexter

(Recensione scritta un po’ di fretta e furia per la newsletter di SubsFactory. La incollo comunque qui.)

Dexter

Miami. Dexter Morgan è un ematologo in forza alla polizia, ed è bravo in quello che fa. Riesce a capire com’è avvenuto un crimine semplicemente dalla disposizione delle macchie di sangue, dalla loro forma. Ma non è tutto qui. Dexter Morgan è anche un serial killer. Ed anche in questo è bravo.
Non è un omicida seriale qualunque, è un assassino di assassini. Le sue vittime sono le persone che riescono in un modo o nell’altro a sfuggire alla mano della giustizia ma che nulla possono per impedire che quella di Dexter le ghermisca e le renda una goccia di sangue su un vetrino.
Ma non è per vendetta che uccide, e meno che mai per giustizia. È per bisogno. Un bisogno insopprimibile che guida la sua esistenza fin da quando ha memoria, fin da quando, ancora bambino, vide ciò che nessuno dovrebbe vedere e che sommerse letteralmente la sua vita nel sangue, spezzando qualcosa dentro di lui.

Fu il padre adottivo, il poliziotto che lo salvò dalla scena del crimine di cui fu testimone, a crescerlo e a dargli un codice che lo guidasse, facendo sì che la sua sete di sangue non colpisse vittime innocenti. Ed è un codice che ha onorato tutta la vita ma a cui è sempre più difficile restare fedele. Il senso di vuoto è troppo grande e la scelta tra essere semplicemente se stesso o continuare ad indossare una maschera si farà sempre più difficile, soprattutto quando si troverà a fronteggiare un altro serial killer, un omicida che fa a pezzi prostitute senza lasciare nei loro corpi smembrati una goccia di sangue, e che risulterà avere con Dexter un legame speciale, dimostrandosi forse l’unico con cui questi può essere davvero se stesso, senza finzioni.

Ciò che colpisce della serie, paradossalmente, è la levità con cui sono spesso affrontate le situazioni più cruente ma nelle quali Dexter è perfettamente a proprio agio rispetto alle vicissitudini della vita comune, delle quali il protagonista è sempre rimasto spettatore apatico e passivo e che ora non sa come affrontare. Come nel rapporto con la sua ragazza, Rita, donna bella ed intelligente ma dentro di sé spezzata da anni di abusi del marito. È proprio in virtù di questo che Dexter l’ha scelta, ed è nel momento in cui lei inizia a lasciare alle spalle il passato che il fidanzato va in crisi e non sa più come gestire la cosa, con risultati assolutamente grotteschi ed esilaranti.

La caratterizzazione dei personaggi è un altro punto di forza di questa serie, non solo di quelli principali, tra i quali rientra la giovane sorella adottiva di Dexter, Debra, poliziotta all’apparenza dura e spaccona ma in realtà fragile e bisognosa d’amore, e soprattutto incapace di comprendere il fratello. Anche quelli secondari, dal collega Angel, al sergente Doakes, sono tutti dipinti benissimo, con dettagli che non fanno che renderli veri. Ciò che si vede, e che lo stesso Dexter scopre, è che tutti in realtà portano una maschera, mostrando agli altri solo ciò che vogliono, mentendo su se stessi per apparire diversi, migliori magari.

Non si può non provare simpatia per il giovane assassino, e sotto sotto non si può non parteggiare per lui, nonostante si tratti in fin dei conti di un serial killer. Perché la vera lezione, tremenda, è che in fondo Dexter non è che la persona che tutti vorrebbero essere, il lato oscuro che abbiamo tutti dentro ma a cui solo lui dà sfogo. E quando si troverà davanti al bivio, se essere libero o se scegliere le regole e le maschere, sarà difficile non capire la difficoltà della scelta.

Come si sarà capito si sta parlando di una serie completamente atipica, fuori dagli schemi a cui si è ormai avvezzi. Tratta da un romanzo di Jeff Lindsay, è realizzata con tanta cura che è difficile muoverle critiche di qualche spessore: dalla bellissima sigla alla location, una Miami meticcia e sudata lontana anni luce da quella patinata di un “Miami Vice” o di un “CSI: Miami”, dai personaggi alla colonna sonora, tutto combacia. Persino la durata, dodici episodi, è perfetta, riuscendo a svolgere in maniera coerente e senza cali di tensione la trama portante, e lasciando con la voglia di saperne di più di questo strano serial killer. In definitiva una delle serie migliori, se non addirittura la migliore, del 2006.

[aNobii] Il partigiano Johnny

Copertina de ‘Il partigiano Johnny’

“Il partigiano Johnny” non è solo un libro sulla Resistenza: è la Resistenza. Lo sguardo disincantato di Johnny, giovane studente di lingue che prende la via della montagna per combattere il fascismo, è lo sguardo di Fenoglio, di chi ha a sua volta fatto quella scelta e può adesso raccontarla, nelle sue luci e nelle sue ombre.

Non c’è retorica nel libro, nessun tentativo di evangelizzare il prossimo, di mostrargli la retta via. Il protagonista ha fatto quella scelta perché ci crede, perché era quella che riteneva giusta, perché “partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità”. E poco importa se anche la fazione partigiana ha i suoi lati oscuri – impreparata, meschina, fragile – Johnny/Fenoglio non ha paura di guardare a tutto questo, di mostrarlo al lettore senza abbellimenti, perché nessun abbellimento è possibile per le brutture della guerra. E non è mai messo in dubbio quale sia la parte della Linea Gotica dalla quale stare, quella da proteggere e per la quale dare la vita.

Un cancro ha decretato definitivamente lo status di romanzo incompiuto per “Il partigiano Johnny”, e la sua incompiutezza è sotto gli occhi di tutti, nei brani incerti come nelle parole o negli interi periodi scritti in inglese. Eppure tutto questo non fa che dare ancora più forza al romanzo: parafrasando una canzone dei CCCP, l’autore “scorteccia le parole, aride, schegge, secche, adatte al fuoco”. L’asciuttezza del testo, la sua difficoltà, fanno da contraltare alle difficoltà ed ai pericoli di Johnny, ne sono lo specchio su carta.

È importante leggere questo libro, è importante se si vuole almeno lontanamente capire cosa fosse la Resistenza, cosa significasse, lontano da chi oggi predica l’uguaglianza tra chi combattè sui due fronti opposti.

Quando “Una questione privata”, altro romanzo incompiuto di Fenoglio sulla Resistenza, fu pubblicato, Italo Calvino ebbe a scrivere: “Fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno a finirlo, e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni”. Ecco, queste parole hanno lo stesso identico valore per “Il partigiano Johnny”. Perché è un libro che va letto anche oggi. Soprattutto oggi.

B. Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, EUR 11.5

(Scheda su aNobii)

[aNobii] Cavalli selvaggi

Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi

Cormack McCarthy è proprio un tipo strano.
Se ne sta rintanato nel Texas, scrive romanzi a base di cow boy, e parla poco, molto poco.
Insomma, che t’aspetteresti da uno così? Libri per appassionati di Leone e Peckinpah, al massimo qualcosa di vicino a “Balla coi lupi”…
E invece… E invece ti metti lì a leggere il suo libro più famoso, “Cavalli selvaggi”, e scopri che quello è un libro che parla anche di te.
La storia in fondo è semplice: anni ’40. John Grady Cole è un ragazzo texano di sedici anni che decide, insieme al cugino, di andarsene in Messico, dove i due potranno coronare il loro sogno di essere veri cowboy, in un mondo in cui il progresso non ha ancora attecchito e corrotto l’uomo. E così i due partono per un viaggio che li porterà sì alla loro terra promessa, che ben presto si dimostrerà tutt’altro rispetto all’Eden sognato.

A prima vista una storia che non ha niente a che fare con l’italiota medio… e chi l’ha mai vista qua, la Mesa?
Eppure… eppure guardi al di là di tutto questo, e ti accorgi che il romanzo parla di una persona che fa solo quello che fanno tutti: cerca il proprio posto. Lo cerca in un mondo ostile, che non sente suo, che non gli appartiene (e a cui non appartiene). E proprio a queste persone è dedicato il libro, per loro è scritto: per chi non si rassegna e continua a cercare il proprio mondo, a dispetto di tutto e di tutti.
Anche a costo del prezzo più alto: accettare che possa non esistere.
È un libro duro, lo stile di McCarthy è asciutto ma mai povero, ma soprattutto è un libro “vero”, dalla prima all’ultima parola.
Consigliato.

Il padre cavalcava sulla parte anteriore della sella reggendo le redini in una sola mano a poca distanza dal pomo. Era così smilzo e fragile da sembrare perduto dentro i vestiti. Guardava il panorama con occhi socchiusi come se il mondo esterno fosse alterato o sospetto a causa di ciò che aveva visto altrove. Come se non potesse mai più vederlo come prima. O peggio, come se lo vedesse finalmente nel modo giusto. Com’era sempre stato e sempre sarebbe stato. Il ragazzo, che cavalcava poco più avanti, stava in sella come ci fosse nato, e infatti era così, ma dava l’impressione che, se fosse nato in uno strano paese privo di cavalli, avrebbe saputo scovarli ugualmente. Perché il mondo fosse a posto o perché lui fosse a posto nel mondo, si sarebbe accorto che mancava qualcosa e sarebbe andato in giro continuamente dovunque finché non si fosse imbattuto in un cavallo, e allora avrebbe capito subito che il cavallo era e sarebbe sempre stato quel che cercava.

C. McCarthy, Cavalli Selvaggi, Einaudi, EUR 8.50

(Scheda su aNobii)

[aNobii] Una banda di idioti

(Sto cominciando ad inserire nella mia libreria su aNobii qualche commento/recensione ai libri letti, e quelle che non si limitano a una manciata di righe mi pare una buona idea postarle pure qua. Col tag, ovviamente.)

John Kennedy Toole, Una banda di idioti

John Kennedy Toole è nato nel 1937. Nel 1969, dopo che nessun editore ha voluto pubblicare “Una banda di idioti”, da lui considerato un capolavoro, si è suicidato.

Già questo dovrebbe bastare per capire che ci si trova di fronte ad un libro particolare, come il suo autore, come il suo protagonista, che in fondo sono la stessa persona. Ignatius Reilly altri non è che Toole, condannato a vivere in un mondo del quale sente di non fare parte, circondato da quella banda di idioti che è la società umana: c’è il vecchio rincoglionito anticomunista, la madre possessiva e stupida, l’ex fidanzata femminista, il poliziotto ottuso e sfigato… una galleria di casi umani che metterebbe alla prova chiunque ma soprattutto lui, pigro ed iracondo studioso di storia medievale oramai convinto che tutto ciò che serva all’America sia “geometria e teologia”.

Eppure, malgrado le premesse, questo libro non è una semplice invettiva, né in apparenza riflette il dramma vissuto dell’autore: è una commedia. Ed è una commedia che fa ridere. Dall’inizio alla fine si ride, di gusto, a volte sino alle lacrime, a vedere la banda di idioti coalizzati contro il vero genio, Ignatius, e la sua personale battaglia per raddrizzare le storture della società.

Si è detto che è una commedia e che fa ridere di gusto, non dovrebbe essere necessario scrivere altro per far capire che si è di fronte ad un bel libro. O forse si può aggiungere che il romanzo uscì solo nel 1980, grazie all’insistenza della madre, e vinse il premio Pulitzer nel 1981. Ma non importa, sarebbe stato comunque un libro che vale la pena leggere.

J. K. Toole, Una banda di idioti, Marcos y Marcos, EUR 16.00

(Scheda su aNobii)

La schiuma dei giorni

M’è capitata tra le mani una breve recensione d’un libro che ho amato molto, scritta un paio d’anni e sedici giorni fa. Il libro lo amo tutt’ora, e non si sa mai che riesca a convincere ancora qualcuno a leggerlo. Ne vale la pena.

Boris Vian, La schiuma dei giorni

“La schiuma dei giorni” è la più bella storia d’amore che abbia mai letto.

L’amore, la felicità, il dolore, la luce e l’ombra si fanno inchiostro e carta nell’opera di Boris Vian. Non le si legge, leggendo il libro, le si vive.

È un libro che fa piangere: fa piangere dalle risate, con le incredibili invenzioni di Vian, e fa piangere dal dolore, perché la perdita dell’amore significa la perdita della luce, la scomparsa dei propri orizzonti e del proprio mondo.

Boris Vian scrisse questo libro a ventisette anni. A trentanove, dopo esser stato scrittore, ingegnere, musicista, e tante, troppe, altre cose, si spense per una malattia al cuore che lo affliggeva dalla nascita. Ed è incredibile come la malattia sia resa in questo libro di continue invenzioni patafisiche, in maniera tanto poetica e leggera: È un fiore che lentamente cresce nei polmoni, si espande e fiorisce.

“La schiuma dei giorni” è un capolavoro.

Una breve sinossi (non più utile per capire la grandezza del romanzo di quanto sarebbe descrivere “Delitto e castigo” come il romanzo di uno studente che ammazza una vecchia e poi si pente): Colin è un ricco parigino annoiato che passa le sue giornate insieme all’amico Chick, collezionista maniacale di tutte le opere di Jean Sol-Partre, inventando strani congegni come il pianocktail e gustando i manicaretti del cuoco personale Nicolas. Un giorno irrompe nella sua vita l’amore. Bastano pochi giorni perché decida di sposare Chloé, e se ne parta con lei (e con Nicolas), in viaggio di nozze. Purtroppo però durante il viaggio Chloé si ammala d’una malattia mortale: Una ninfea le cresce nei polmoni…

B. Vian, La schiuma dei giorni, Marcos y Marcos, EUR 13,5.

Così alla fine, tanto per fare un’esperienza esistenzialista, ho provato a dirle: “Signorina, la amo tanto” e lei ha detto: “Oh!”.