[aNobii] The Dome

Stephen King, "The Dome", copertina della versione italiana

Un libro mediocre.
Non orribile, non brutto, ma mediocre.
Fin dall’inizio è palese che ciò che interessa a King non sia la lotta contro l’elemento alieno che d’improvviso incombe sui protagonisti, come in altri suoi libri quali “Le Notti di Salem” o “IT”, quanto invece gli effetti che tale elemento scatena sui personaggi. E qui sta la prima mancanza del libro, forse la più grave per uno scrittore di tale calibro: i personaggi di The Dome sono troppo stereotipati, troppo caricaturali, perché ci si possa davvero appassionare alle loro vicende, o vedere in questa storia la metafora di qualcosa di più grande.
Il protagonista, Dale Barbara, è un ex soldato pluridecorato con un episodio oscuro nel suo passato. Sua compagna è una giornalista combattiva e con la battuta sempre pronta. Gli antagonisti sono un venditore di automobili sadico e con velleità da dittatore, ed il figlio psicopatico. Bastano questi per capire di quanti e quali cliché sia condito il libro, nonostante gli altri personaggi siano poco più che mere comparse: dal bravo padre di famiglia, al ragazzino genio, allo sceriffo idiota.
Con basi come queste la pretesa di considerare ciò che avviene nel giro di una sola settimana sotto la cupola come una metafora di ciò che può accadere nel mondo reale, va a farsi benedire.

L’altro grave problema del libro è, spiace dirlo, lo stile. La prolissità di King è nota, ma qua non può non dare fastidio il bisogno costante dell’autore di spiegare tutto, ma proprio tutto, mettendo fra parentesi ogni minima spiegazione, nonché i continui tentativi di trovare la frase ad effetto, la battuta sagace per ogni personaggio, col solo risultato di rendere questi ultimi ancora meno realistici.
Se l’autore non avesse sentito il bisogno di tante e tali sbrodolate, il libro avrebbe potuto essere un terzo più breve e ne avrebbe solo guadagnato, ma qui si potrebbe aprire un capitolo a parte sul ruolo dell’editor.

Ciò che poi affossa definitivamente il libro, è il finale. Affrettato, tirato via, non ispirato: non c’è davvero modo di salvare un finale tanto insulso, indegno di un autore di tale caratura. Come ho detto all’inizio, lo scopo di King non era quello di concentrarsi sulla lotta contro la cupola, ma proprio per questo avrebbe dovuto rimanere fedele al proprio proposito e fare come ad esempio ha fatto Lansdale ne “La Notte del Drive In”, evitando qualsiasi tentativo di spiegazione razionale. Invece all’ultimo momento King non riesce ad avere il coraggio per tale scelta, decidendo di risolvere in una manciata di pagine la lotta dei sopravvissuti contro tale entità aliena, ed il risultato è, beh, mortificante.

In definitiva, un libro deludente.

Un plauso finale va a chi ha deciso di (non) tradurre l’originale “Under the Dome” con “The Dome”, quando nel libro “Dome” viene reso come “Cupola”. Ricorda gli scempi fatti dai titolisti in campo cinematografico. Speriamo non sia l’inizio di una moda anche in abito letterario.

(Scheda su aNobii)

Rimani solo e osserva

Un piccolo brano presente nella postfazione al bellissimo Le Braci, di Sándor Márai, tratto da Cielo e terra. Non credo che l’opera sia mai stata tradotta in italiano perciò suppongo che la traduzione del passo che segue si debba alla curatrice della postfazione, Marinella D’Alessandro.

Può darsi che la solitudine distrugga l’uomo, così come ha fatto con Pascal, Hölderlin e Nietzsche. Ma questo fallimento, questa frattura, sono comunque più degni di un uomo di pensiero di quanto non lo sia la sua connivenza con un mondo che prima lo contagia con le sue seduzioni dolci e perverse e poi lo scaraventa nella fossa. Tu precipita più in basso nella voragine della solitudine. Perirai ugualmente, ma con la tua caduta avrai sostenuto il destino che governa la tua anima e la tua opera. Rimani solo e ricorda. Rimani solo e osserva. Rimani solo e rispondi. Non illuderti: non esistono soluzioni diverse. Rimani solo, anche a costo della vita.

[aNobii] American Gods

Neil Gaiman, American Gods

Appena uscito di galera, il protagonista, per tutti Shadow, viene assoldato da un bizzarro personaggio come una sorta di guardia del corpo. Sin da subito però le cose si riveleranno più strane di quanto ci si aspetterebbe: incontri con personaggi inconsueti dai poteri sovrannaturali, sogni indecifrabili che forse non sono solo sogni, eventi inspiegabili tramite le leggi della fisica e della logica.

Come si scoprirà presto ciò che sta accadendo sono i reparativi per una battaglia, la più grandiosa di tutte: una battaglia tra dèi. Da una parte le vecchie divinità dei più disparati pantheon: egizie e scandinave, indiane e africane, creature della mitologia scozzese e di quella est-europea. E dall’altra i nuovi dèi americani: da internet alla televisione, dalle agenzie di spionaggio alle autostrade. Sconfiggere i nuovi arrivati sembra l’unico modo per i vecchi dèi per continuare a vivere le proprie vite, spesso stentate, in una terra che non è mai stata feconda per i culti. Ma non sempre le cose sono come sembrano, meno che mai quando si ha a che fare con gli esseri divini.

In “American Gods” Gaiman riprende un tema già affrontato più volte in Sandman rendendolo il perno del racconto: gli dèi sono tali in virtù della fede riposta in loro, quando nessuno crede più in una divinità, questa muore. Se l’autore riesce a mostrare una buona capacità nel mantenere le redini della storia, nonostante sia alla prima vera prova come romanziere, va detto che la mancanza delle immagini sembra pesargli, portandolo ad infarcire la narrazione di descrizioni inutili nel tentativo di sopperire all’immediato riscontro visivo proprio dei fumetti. Il risultato è una narrazione non sempre fluida.

Il finale della vicenda appare un po’ troppo semplicistico: la tempesta preannunciata fin dalle prime battute si risolve nel giro di due paginette in maniera del tutto improbabile. A questa smagliatura nella trama andrebbe aggiunta anche l’eccessiva propensione del protagonista a non meravigliarsi troppo di quanto gli accade intorno, ma se prendiamo la storia per quello che è, una sorta di favola moderna, tale critica può venire facilmente accantonata.

In definitiva “American Gods” è un buon libro fantastico ma che sconta l’inesperienza dell’autore come romanziere. Per chi ama la letteratura fantastica è certamente consigliato.

Neil Gaiman, American Gods, Mondadori, EUR 9.40

(Scheda su aNobii)

[aNobii] L’Idiota

F. Dostoevskij, L’Idiota

“L’Idiota” è la storia di due fallimenti: quello dell’autore, Fëdor Dostoevskij, secondo il quale il romanzo non esprimeva nemmeno un decimo di quanto avrebbe voluto, e soprattutto quello del protagonista, il principe Lev Nikolaevic Myškin, l’idiota. In tale opera l’autore si pone forse l’obiettivo più ambizioso della propria carriera: scrivere la storia di un uomo assolutamente buono, calandolo in un contesto tragico.

Eccolo allora, il principe Myškin, un Cristo del diciannovesimo secolo, un Cristo epilettico ed impotente e soprattutto idiota. Perché solo con l’idiozia si può spiegare la bontà assoluta, la mancanza di ombre nell’anima. E ciò che ci viene mostrato è la sua caduta, inevitabile quanto prevedibile, dovuta alla diversità rispetto al mondo che lo circonda, all’estraneità a quel luminoso banchetto che è la vita, a cui tutte le creature partecipano ed a cui egli, come si è dolorosamente accorto, non potrà mai prendere parte.

L’evento scatenante di tale caduta sarà l’incontro del principe con altre due anime dannate: Rogozin, il suo doppio malvagio, e Nastasja Filippovna, la donna di cui entrambi si innamoreranno. Nastasia è una creatura meravigliosa ma che ormai si considera perduta: dopo anni di stupri ed abusi subiti sin da quando era bambina tutto ciò a cui anela è l’autodistruzione. L’amore del principe, creatura ferita e diversa dagli altri proprio come lei, potrebbe offrirle quella speranza invano cercata per molto tempo, ma come accettare tanta purezza quando si considera così irrimediabilmente corrotta, quando sente che il marcio intorno a lei le è entrato dentro come un cancro e non c’è che una soluzione per liberarsene, la morte?

Il finale di tutta la vicenda non può che essere tragico, senza alcuna promessa di salvazione, come era invece in “Delitto e Castigo”. La bontà, pare voler dire Dostoevskij, non è di questo mondo, e gli unici modi per fuggire alla malvagità dell’uomo sono la morte e la follia.

Nonostante l’autore ritenesse che il risultato di quest’opera fosse inferiore alle aspettative, “L’idiota” rimane uno dei suoi migliori lavori di sempre, il protagonista è una delle figure più potenti di tutta la letteratura, con la sua carica di bontà, di umanità, e soprattutto di compassione. Ed è difficile, se non impossibile, restare indifferenti al suo destino.

F. Dostoevskij, L’Idiota, BUR, EUR 11

(Scheda su aNobii)

[aNobii] Il partigiano Johnny

Copertina de ‘Il partigiano Johnny’

“Il partigiano Johnny” non è solo un libro sulla Resistenza: è la Resistenza. Lo sguardo disincantato di Johnny, giovane studente di lingue che prende la via della montagna per combattere il fascismo, è lo sguardo di Fenoglio, di chi ha a sua volta fatto quella scelta e può adesso raccontarla, nelle sue luci e nelle sue ombre.

Non c’è retorica nel libro, nessun tentativo di evangelizzare il prossimo, di mostrargli la retta via. Il protagonista ha fatto quella scelta perché ci crede, perché era quella che riteneva giusta, perché “partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità”. E poco importa se anche la fazione partigiana ha i suoi lati oscuri – impreparata, meschina, fragile – Johnny/Fenoglio non ha paura di guardare a tutto questo, di mostrarlo al lettore senza abbellimenti, perché nessun abbellimento è possibile per le brutture della guerra. E non è mai messo in dubbio quale sia la parte della Linea Gotica dalla quale stare, quella da proteggere e per la quale dare la vita.

Un cancro ha decretato definitivamente lo status di romanzo incompiuto per “Il partigiano Johnny”, e la sua incompiutezza è sotto gli occhi di tutti, nei brani incerti come nelle parole o negli interi periodi scritti in inglese. Eppure tutto questo non fa che dare ancora più forza al romanzo: parafrasando una canzone dei CCCP, l’autore “scorteccia le parole, aride, schegge, secche, adatte al fuoco”. L’asciuttezza del testo, la sua difficoltà, fanno da contraltare alle difficoltà ed ai pericoli di Johnny, ne sono lo specchio su carta.

È importante leggere questo libro, è importante se si vuole almeno lontanamente capire cosa fosse la Resistenza, cosa significasse, lontano da chi oggi predica l’uguaglianza tra chi combattè sui due fronti opposti.

Quando “Una questione privata”, altro romanzo incompiuto di Fenoglio sulla Resistenza, fu pubblicato, Italo Calvino ebbe a scrivere: “Fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno a finirlo, e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni”. Ecco, queste parole hanno lo stesso identico valore per “Il partigiano Johnny”. Perché è un libro che va letto anche oggi. Soprattutto oggi.

B. Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, EUR 11.5

(Scheda su aNobii)

[aNobii] Cavalli selvaggi

Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi

Cormack McCarthy è proprio un tipo strano.
Se ne sta rintanato nel Texas, scrive romanzi a base di cow boy, e parla poco, molto poco.
Insomma, che t’aspetteresti da uno così? Libri per appassionati di Leone e Peckinpah, al massimo qualcosa di vicino a “Balla coi lupi”…
E invece… E invece ti metti lì a leggere il suo libro più famoso, “Cavalli selvaggi”, e scopri che quello è un libro che parla anche di te.
La storia in fondo è semplice: anni ’40. John Grady Cole è un ragazzo texano di sedici anni che decide, insieme al cugino, di andarsene in Messico, dove i due potranno coronare il loro sogno di essere veri cowboy, in un mondo in cui il progresso non ha ancora attecchito e corrotto l’uomo. E così i due partono per un viaggio che li porterà sì alla loro terra promessa, che ben presto si dimostrerà tutt’altro rispetto all’Eden sognato.

A prima vista una storia che non ha niente a che fare con l’italiota medio… e chi l’ha mai vista qua, la Mesa?
Eppure… eppure guardi al di là di tutto questo, e ti accorgi che il romanzo parla di una persona che fa solo quello che fanno tutti: cerca il proprio posto. Lo cerca in un mondo ostile, che non sente suo, che non gli appartiene (e a cui non appartiene). E proprio a queste persone è dedicato il libro, per loro è scritto: per chi non si rassegna e continua a cercare il proprio mondo, a dispetto di tutto e di tutti.
Anche a costo del prezzo più alto: accettare che possa non esistere.
È un libro duro, lo stile di McCarthy è asciutto ma mai povero, ma soprattutto è un libro “vero”, dalla prima all’ultima parola.
Consigliato.

Il padre cavalcava sulla parte anteriore della sella reggendo le redini in una sola mano a poca distanza dal pomo. Era così smilzo e fragile da sembrare perduto dentro i vestiti. Guardava il panorama con occhi socchiusi come se il mondo esterno fosse alterato o sospetto a causa di ciò che aveva visto altrove. Come se non potesse mai più vederlo come prima. O peggio, come se lo vedesse finalmente nel modo giusto. Com’era sempre stato e sempre sarebbe stato. Il ragazzo, che cavalcava poco più avanti, stava in sella come ci fosse nato, e infatti era così, ma dava l’impressione che, se fosse nato in uno strano paese privo di cavalli, avrebbe saputo scovarli ugualmente. Perché il mondo fosse a posto o perché lui fosse a posto nel mondo, si sarebbe accorto che mancava qualcosa e sarebbe andato in giro continuamente dovunque finché non si fosse imbattuto in un cavallo, e allora avrebbe capito subito che il cavallo era e sarebbe sempre stato quel che cercava.

C. McCarthy, Cavalli Selvaggi, Einaudi, EUR 8.50

(Scheda su aNobii)

[aNobii] Una banda di idioti

(Sto cominciando ad inserire nella mia libreria su aNobii qualche commento/recensione ai libri letti, e quelle che non si limitano a una manciata di righe mi pare una buona idea postarle pure qua. Col tag, ovviamente.)

John Kennedy Toole, Una banda di idioti

John Kennedy Toole è nato nel 1937. Nel 1969, dopo che nessun editore ha voluto pubblicare “Una banda di idioti”, da lui considerato un capolavoro, si è suicidato.

Già questo dovrebbe bastare per capire che ci si trova di fronte ad un libro particolare, come il suo autore, come il suo protagonista, che in fondo sono la stessa persona. Ignatius Reilly altri non è che Toole, condannato a vivere in un mondo del quale sente di non fare parte, circondato da quella banda di idioti che è la società umana: c’è il vecchio rincoglionito anticomunista, la madre possessiva e stupida, l’ex fidanzata femminista, il poliziotto ottuso e sfigato… una galleria di casi umani che metterebbe alla prova chiunque ma soprattutto lui, pigro ed iracondo studioso di storia medievale oramai convinto che tutto ciò che serva all’America sia “geometria e teologia”.

Eppure, malgrado le premesse, questo libro non è una semplice invettiva, né in apparenza riflette il dramma vissuto dell’autore: è una commedia. Ed è una commedia che fa ridere. Dall’inizio alla fine si ride, di gusto, a volte sino alle lacrime, a vedere la banda di idioti coalizzati contro il vero genio, Ignatius, e la sua personale battaglia per raddrizzare le storture della società.

Si è detto che è una commedia e che fa ridere di gusto, non dovrebbe essere necessario scrivere altro per far capire che si è di fronte ad un bel libro. O forse si può aggiungere che il romanzo uscì solo nel 1980, grazie all’insistenza della madre, e vinse il premio Pulitzer nel 1981. Ma non importa, sarebbe stato comunque un libro che vale la pena leggere.

J. K. Toole, Una banda di idioti, Marcos y Marcos, EUR 16.00

(Scheda su aNobii)

La schiuma dei giorni

M’è capitata tra le mani una breve recensione d’un libro che ho amato molto, scritta un paio d’anni e sedici giorni fa. Il libro lo amo tutt’ora, e non si sa mai che riesca a convincere ancora qualcuno a leggerlo. Ne vale la pena.

Boris Vian, La schiuma dei giorni

“La schiuma dei giorni” è la più bella storia d’amore che abbia mai letto.

L’amore, la felicità, il dolore, la luce e l’ombra si fanno inchiostro e carta nell’opera di Boris Vian. Non le si legge, leggendo il libro, le si vive.

È un libro che fa piangere: fa piangere dalle risate, con le incredibili invenzioni di Vian, e fa piangere dal dolore, perché la perdita dell’amore significa la perdita della luce, la scomparsa dei propri orizzonti e del proprio mondo.

Boris Vian scrisse questo libro a ventisette anni. A trentanove, dopo esser stato scrittore, ingegnere, musicista, e tante, troppe, altre cose, si spense per una malattia al cuore che lo affliggeva dalla nascita. Ed è incredibile come la malattia sia resa in questo libro di continue invenzioni patafisiche, in maniera tanto poetica e leggera: È un fiore che lentamente cresce nei polmoni, si espande e fiorisce.

“La schiuma dei giorni” è un capolavoro.

Una breve sinossi (non più utile per capire la grandezza del romanzo di quanto sarebbe descrivere “Delitto e castigo” come il romanzo di uno studente che ammazza una vecchia e poi si pente): Colin è un ricco parigino annoiato che passa le sue giornate insieme all’amico Chick, collezionista maniacale di tutte le opere di Jean Sol-Partre, inventando strani congegni come il pianocktail e gustando i manicaretti del cuoco personale Nicolas. Un giorno irrompe nella sua vita l’amore. Bastano pochi giorni perché decida di sposare Chloé, e se ne parta con lei (e con Nicolas), in viaggio di nozze. Purtroppo però durante il viaggio Chloé si ammala d’una malattia mortale: Una ninfea le cresce nei polmoni…

B. Vian, La schiuma dei giorni, Marcos y Marcos, EUR 13,5.

Così alla fine, tanto per fare un’esperienza esistenzialista, ho provato a dirle: “Signorina, la amo tanto” e lei ha detto: “Oh!”.

aNobii, il last.fm dei libri

Era parecchio che cercavo un sito simile, avevo persino pensato che ad averne le capacità non sarebbe stato male crearlo (anche se in un primo momento avevo pensato a qualcosa di più simile a debaser.it), e grazie a mau finalmente l’ho trovato. aNobii è il corrispettivo di last.fm per quanto riguarda i libri: si inseriscono i libri letti, o che si stanno leggendo, si usano i tag per catalogarli, si lasciano commenti, e si guarda chi ha gusti simili ai propri, e così via. Tutto molto web 2.0 e social web, insomma, ma fatto nel modo giusto per essere davvero funzionale.

Rispetto a last.fm il sito è ancora abbastanza spartano e l’interfaccia, almeno ad una mia prima impressione, più scomoda. Mancano ancora un po’ di cosette ed alcuni tocchi di classe ma il sito è tutto sommato giovane e sono certo che crescerà. Il vero problema è che i dati sui libri vanno aggiunti a mano e sistemati e questo porta via parecchio tempo, soprattutto a chi come me è molto precisino in cose come questa e si ritrova a cercare in rete l’IBSN per libri vecchi di qualche decennio, poi le copertine per tali edizioni, quindi si mette ad inserire tutti i tag… insomma, invece di leggere si passa il tempo a sistemare la propria libreria :-)