Non è un paese per vecchi

Una recensione lunga e noiosa che avevo scritto ad un’amica. Contiene parecchie anticipazioni, se non avete visto il film forse non dovreste leggerla.

Non è un paese per vecchi

“Non è un paese per vecchi” è un film che mi è piaciuto molto. Anche se mi sono piaciuti tutti i film che ho visto dei fratelli Coen e ho amato l’unico libro di McCarthy che ho letto sin qui, “Cavalli Selvaggi”, non era un risultato scontato, soprattutto non lo era il fatto che lo apprezzassi così tanto.
La forma, prima di tutto: precisa, splendida, si adatta alla scrittura asciutta di McCarthy come un vestito tagliato su misura. Ogni inquadratura è essenziale, ti fa pensare che la cinepresa non potrebbe stare in un altro posto se non lì dove l’hanno messa, riflette i protagonisti e l’ambiente in cui si muovono, perché è il Texas e lì le persone sono come ciò che le circonda. Eppoi il ritmo, quell’avanzare così serrato che mostra il dispiegarsi degli eventi come un meccanismo che una volta messo in moto diventa inarrestabile, arrivando in un modo o nell’altro a colpire tutte le persone coinvolte. Non una sola di esse ne uscirà come ne era entrata, neppure lo sceriffo riluttante a immischiarsi nel caso, che vedremo alla fine ormai come uno stanco pensionato.
Anche la scelta degli attori non avrebbe potuto essere più felice: Bardem fa paura a vederlo, Brolin è bravissimo e Tommy Lee Jones è pressoché perfetto (ma già si sapeva, era sufficiente guardare il personaggio apparentemente simile che interpreta in “Le tre sepolture”).

Infine la trama: gli autori fingono di voler mettere in scena il classico thriller americano dei buoni contro i cattivi e fino alla fine riescono a prendere in giro tutti, quando si decidono a risolvere bruscamente la storia. Non è ai soldi che sono interessati i Coen (quei soldi citati come un’ossessione nel film, tramite il mantra “È tutta questione di soldi” che percorre tutta la pellicola), né a risolvere un caso, ma solo a mostrare una storia, forse la Storia.
Non vi sono risposte ultime, un ordine superiore che regola gli avvenimenti, ciò che regna è il caos, le cose accadono perché accadono e nessuno può farci nulla. Si può tentare di opporsi, di fuggire, come fa Welyn, o cercare un senso, come fa lo sceriffo, oppure accettare questo caos, abbracciarlo e farne parte, come fa Chigurh. Esemplare è il dialogo nella stazione di servizio: il povero gestore si trova di colpo di fronte alla possibilità di morire solo perché ha perso a testa o croce. Si fanno delle scelte che portano con sé conseguenze alle quali poi non ci si potrà più sottrarre, il vecchio ha scelto di trasferirsi in quella stazione per via del matrimonio, ha rivolto una domanda alla persona sbagliata e questo basta per coinvolgerlo in qualcosa più grande di lui. È la stessa cosa accaduta a Mr. Wells, l’altro killer, che si è trovato coinvolto per aver accettato l’incarico di fermare Chigurh, o a Welyn che ha preso i soldi.
In tutto questo è proprio la figura del “cattivo” a svettare, perché al contrario di tutti gli altri è proprio lui ad essersi reso conto di come funziona: se di colpo puoi crepare per un incidente in macchina o perché una moneta l’ha scelto per te, che senso ha opporsi? Che significato hanno le proprie azioni se una persona può ammazzarne migliaia sganciando una bomba? Tanto vale sguazzare in tutto questo, non per i soldi ma solo perché una volta aperti gli occhi non vi è più alcuna differenza. E non è strano che all’occhio di chiunque altro il suo personaggio appaia come uno psicopatico: nessuno riesce ad uscire dalla propria visione ordinata del mondo ed accettare il caos.
Il punto è che così è, e così è sempre stato. Il monologo iniziale dello sceriffo e tutti i suoi discorsi successivi non sono che un malinconico piangersi addosso su quanto fossero belli i vecchi tempi, quando in realtà non lo sono mai stati. La gente si è sempre ammazzata per nulla, ora come allora. E la vecchiaia a cui ci si riferisce non è certo quella temporale: è la vecchiaia dello spirito, la stanchezza che prende quando si è stufi di aspettare risposte che non arrivano e non arriveranno mai, ed allora ci si rifugia in un passato ideale e nei propri sogni, magari nella speranza vana che i propri morti continuino a proteggerci ed a rischiararci il cammino. In questo i caratteri dello sceriffo e di Chigurh risultano agli antipodi, tanto è passivo e il primo tanto è attivo il secondo, e se una sfida vi è stata tra i due durante il dipanarsi della storia è il secondo ad apparire vincente ai nostri occhi, e non certo perché non è stato messo in galera o ammazzato ma solo perché nessuno è stato in grado di contrastare tutto ciò che rappresenta.

Ci sono certo un paio di cose che non mi sono piaciute, come il dialogo con l’uomo in carrozzina che risulta fin troppo didascalico, o l’insieme di finali affastellati uno dopo l’altro, ma anche se ciò fa sì che il film non sia perfetto e non possa definirsi un capolavoro, certo non fa sì che non sia una gran pellicola.
Un bel film, secondo me.

Non è un paese per vecchi

Come tu mi vuoi

Sinossi:

COME TU MI VUOI racconta la storia del brutto anatroccolo con le dovute variazioni sul tema. Giada è una studentessa secchiona che non sopporta i fighetti parcheggiati all’università. Riccardo è uno di questi figli di papà, ma quando il padre lo minaccia di tagliargli i viveri se non si decide a studiare, decide di trovare qualcuno che lo aiuti a superare un paio di esami. E si imbatte proprio in Giada. Lincontro [sic] tra queste due persone cos [sic] diverse farà nascere un sentimento delicato e difficile che cambierà entrambi [sic].

Copiato direttamente, errori inclusi, dal ridicolo sito ufficiale (chi lo ha realizzato andrebbe accecato con ferri roventi solo per i font utilizzati).

Un film che “racconta la storia del brutto anatroccolo”. Un film dove alla protagonista bastano una messa in piega e le lenti a contatto per diventare topa. Un film che mostra che quello che conta è ciò che si ha dentro e non l’aspetto. Nel duemilasette. Nel duemilasette.

Ma esiste un dio del cinema?

The Departed

Locandina del film 'The Departed'

The Departed, ovvero IL cinema. Dopo quei due affreschi sulla storia americana di Gangs of New York e The Aviator, tanto grandiosi ma mai abbastanza convincenti, Martin Scorsese torna ad un genere forse a lui più congeniale, il film d’azione, e lo fa con un risultato a dir poco straordinario.

Leonardo di Caprio è il giovane agente di polizia infiltrato tra le fila della mafia irlandese capitanata da Frank Costello / Jack Nicholson, e Matt Damon è il suo doppelgänger, un infiltrato di Costello tra le fila della polizia. Inizia così un gioco di specchi in cui i due si rincorrono e si cercano, nel tentativo di ognuno di eliminare l’altro per salvarsi. A questo si aggiunge il legame che entrambi condividono con la stessa donna: fidanzata con il mafioso all’apparenza bravo ragazzo, ed allo stesso tempo amante del poliziotto onesto all’apparenza delinquente.

Leonardo di Caprio, per la terza volta consecutiva protagonista di una pellicola di Scorsese, è qui affiancato da un cast di attori che basterebbe per almeno tre film: oltre ai già citati Matt Damon e Jack Nicholson vale la pena ricordare almeno Martin Sheen, Alec Baldwin, Mark Wahlberg. E tutto il film è una gara di bravura tra Di Caprio e Damon, entrambi a livelli eccelsi, con un Nicholson in grandissima forma che mai, o quasi mai, gigioneggia.

The Departed è forse il miglior film di quest’anno, e poco importa se si tratta del remake di un film asiatico recentissimo: gli attori sono più bravi che mai, la regia è quella di un maestro, ed il film mantiene per tutto il tempo una tensione difficile da descrivere, merito tanto della regia quanto della trama solida, che evita i facili cliché tipici dei gangster movie, e con un finale che sembra preconizzato dallo stesso Jack Nicholson all’inizio del film: quando ti trovi davanti ad una pistola, cosa conta se sei un mafioso o un poliziotto?

Da vedere assolutamente.

Stay – Nel labirinto della mente

Locandina del film 'Stay - Nel labirinto della mente'

Recensione breve: noioso e banale.

Recensione lunga: Uno psichiatra fidanzato con un’artista che ha salvato dal suicidio prende in cura un paziente che gli annuncia la decisione di suicidarsi il giorno del suo ventunesimo compleanno. Mentre il dottore cerca di ritrovare il paziente e scoprire elementi sulla sua vita che possano aiutarlo, strane cose iniziano ad accadergli intorno: eventi che si ripetono, persone morte che sembrano tornate in vita, previsioni sul futuro che si avverano, e musiche lente di sottofondo che conciliano l’abbiocco, quello dello spettatore purtroppo. Il finale spiegherà tutti questi strani fenomeni (ma non le musiche abbioccanti), con un colpo di scena talmente inaspettato che il regista, Marc Forster, avrebbe potuto annunciarlo personalmente all’inizio del film.

E chi cita Lynch per questo film dovrebbe offrire i propri bulbi oculari alla scienza.

Un film da lasciar perdere, se piace il genere è molto meglio L’uomo senza sonno, per restare ad una pellicola recente che ha più di un’analogia con questa.

Stay – Nel labirinto della mente

Borromeo, non sei nessuno

Ricordate la vecchia associazione Borromeo? Beh, in America c’è qualcosa di simile, ma non è una trollata:

The ChildCare Action Project: Christian Analysis of American Culture (CAP) is dedicated to investigating and reporting on the impact of the American culture on the integrity, self respect, and coping skills of youth, and inherently on family unity and values. The CAP system uses the teachings of our Lord Jesus Christ as the standards for conducting investigations.

Le valutazioni dei film sono bellissime, da perdercisi proprio. Una a caso, quella di The Aviator, di Scorsese:

The adult Hughes (Leonardo DiCaprio) is also shown fully nude prancing about in the middle of the show. PG-13 indeed! And how many Academy Award nominations is it? Five? Rather revealing of the American entertainment diet, eh? Or at least the standards of those who decide which films earn awards. I suppose a lot of people will try to excuse such behavior as “art” because it is in a high powered movie. And because it is the “truth.” Such abuse may be true of Hughes’ life but that truth does not excuse the demonstration of such “truth” in and as entertainment.

[Link]

Altro che Morandini, tzè.

[Via Boing Boing]

Scoop

Copertina del film 'Scoop' di Woody Allen

Ad un anno di distanza da Match Point, Woody Allen torna sul luogo del delitto, raccontando di nuovo storie di alta società britannica e omicidi. Contrariamente al film precedente però in questo il tono scelto è quello della commedia, e la Johansson da aspirante attricetta focosa si trasforma in aspirante giornalista imbranata, imbeccata da un grande reporter appena passato a miglior vita ed aiutata nelle sue indagini da un prestigiatore da strapazzo americano (lo stesso Allen).

Dopo Match Point era difficile aspettarsi dal regista un film allo stesso livello, soprattutto se una commedia, e difatti Scoop si posiziona qualche gradino più sotto: la trama è banalotta, in alcuni momenti sembra tirata via, e tutto il film si regge sul solo Woody Allen e sul suo profluvio di battute. La Johansson pare meno adatta ad interpretare una giovincella imbranata, mentre ad Hugh Jackman la parte del giovanotto di buona famiglia calza a pennello.

Essendo una commedia dovrebbe essere visto come un successo il fatto che il film faccia ridere in più di una occasione, ma alla fin fine sembra comunque di essere stati testimoni di uno spreco: tanto talento per un film così leggero da apparire vuoto. Insomma il giudizio finale non può che essere un “carino”.

Nota a parte merita il doppiaggio: Oreste Lionello per quanto possa essere bravo è insopportabile, in più di una occasione si ha l’impressione che a parlare non sia Allen ma un altro che gli sta parlando sopra. Fastidioso è dire poco.

Cose che vedo, cose che ascolto

Un po’ di cose che ho visto recentemente:

Il regista di matrimoni: Non posso farci nulla, a me Bellocchio piace e piace parecchio. Castellitto poi è bravissimo, la Finocchiaro tanto bella, la storia idem… che altro dire? Unici “nei” l’insistenza sul tormentone che in Italia comandano i morti (non che abbia tutti i torti, anzi), e la tirata contro i premi cinematografici, nella quale è palese il rosicamento del regista per essere rimasto a bocca asciutta a Venezia con Buongiorno, Notte. (Scheda IMDB)

La spina del diavolo: Film spagnolo in bilico tra dramma ed horror ambientato in un’orfanotrofio in mezzo al nulla, nella Spagna lacerata dalla guerra civile. In realtà l’elemento horror, che in un primo momento sembra quello predominante, si rivela nella seconda metà del film solo accessorio, quando sale in primo piano l’elemento drammatico, con la guerra che incombe, un tesoro nascosto, e vecchi rancori che esplodono tra i protagonisti. L’aspetto migliore del film è sicuramente l’atmosfera mentre la storia lascia in alcuni punti a desiderare. Nota a margine: la pellicola è del 2001 ma è uscita in Italia solo recentemente, in seguito ai successi del regista, Guillermo del Toro. (Scheda IMDB)

Un po’ di cose che ho ascoltato recentemente:

Midlake – The Trials of Van Occupanther: Ottimo disco rock che coniuga questo e quello, con influenze blah blah blah e richiami a Tizio e a Caio. Insomma, senza starci a girare troppo intorno, se volete sapere come suona e perché mi piace tanto (in questi giorni sta rimpiazzando Let’s Get Out of this Country dei Camera Obscura, in heavy rotation fino alla settimana scorsa), andate sul sito della band, ascoltate qualche pezzo e se ancora non vi basta procuratevi il disco. Augh.

Djriver: Se vi piace la musica lounge e chillout (insomma quella musica tranquilla tranquilla da tenersi come sottofondo mentre si fa altro, e che fa pure chic e non impegna), date un’occhiata al sito di DjRiver e magari scaricatevi qualcuno dei suoi album (ad esempio Blue Room e Ambient Chillout Mix 4). È tutto aggratis e di ottima qualità.

Shaun of the dead

Locandina originale del film 'Shaun of the dead'

La vita di Shaun sta andando a rotoli: la ragazza lo ha appena piantato, il suo lavoro è uno schifo, non sopporta il proprio patrigno, e passa le giornate col suo migliore amico, Ed, a giocare ai videogiochi o al pub Winchester a bere. Che fare dunque? Ovvio, rimettere a posto la propria vita. Peccato che proprio il giorno in cui decide di imprimere una svolta alla sua esistenza una strana malattia trasformi le persone in zombie. Non rimane che salvare la madre e la fidanzata portandole nell’unico luogo sicuro che conosca: il Winchester.

Shaun of the dead è un film gustosissimo, ed uno dei tanti esempi di quanto sia malata la distribuzione italiana: uscito nel 2004 in UK, in Italia non è mai stato proiettato nelle sale, uscendo direttamente in dvd con un titolo orrendo, L’alba dei morti dementi. Eppure si tratta di un ottimo film: non una parodia dei film horror sugli zombie ma una declinazione in chiave comica degli stessi. Invece di limitarsi a riprendere i soliti stereotipi del genere aggiungendovi solo più azione, più urla, più effetti speciali, il film preferisce infarcire le scene di ottimi dialoghi e situazioni paradossali, cercando di non dimenticare mai che si tratta di un film horror.

Insomma non il film dell’orrore da vedere se si vogliono scene forti che facciano davvero paura, ma un’ottima pellicola che coniuga alla perfezione horror e commedia, riuscita proprio perché è essa stessa a non prendersi mai troppo sul serio.

Shaun of the dead

The Black Dahlia

Locandina del film 'Black Dahlia'

The Black Dahlia è noir allo stato puro. La trama del film è ormai cosa nota: prendendo spunto da un vero fatto di cronaca si narra dei detective Blanchard (Aaron Eckhart) e Bleichert (Josh Hartnett), i quali indagano sulla misteriosa morte di una giovane attricetta, sfigurata e fatta a pezzi, nella Los Angeles del 1947. A complicare le cose ci pensa Kay (Scarlett Johansson), fidanzata del primo ma innamorata del secondo.

Le indagini sull’assassinio della povera ragazza mostreranno come nulla sia come sembra ma sotto la superficie tutto si riveli marcio, corrotto. Ma cos’altro aspettarsi da un film tratto da un libro di Ellroy, se non femme fatale, detective, gangster, corruzione e sogni infranti? E c’è da ammettere che tutto questo è reso alla perfezione, la fotografia, il colore del film, sono perfetti per calarsi nella storia.

Tutto bene allora? Beh, nì. Il vero problema del film è che c’è troppa carne al fuoco, a volte ci si perde un po’ nella trama e sembra che i protagonisti si muovano a casaccio, tanto qualcosa succederà. Sensazione questa che non si riscontra in L.A. Confidential, giusto per rimanere ad un altro noir tratto da Ellroy.

Altro punto debole del film è il cast, in particolare il versante femminile: sia la Johansson che la Swank, per quanto bellissime come sempre, sembrano inadatte ai ruoli. Menzione speciale invece per Mia Kirshner, l’attrice che interpreta Elizabeth Short, gli unici momenti davvero commoventi li si deve a lei, quando viene mostrata nelle riprese fatte prima di morire. Sul versante maschile non c’è molto da dire se non che Eckhart appare nettamente superiore ad Hartnett.

Insomma il film non è quel capolavoro per il quale lo si vorrebbe far passare. Si tratta di un’ottima pellicola, un bel noir superiore alla media della produzione attuale, ed a chi ha accusato De Palma (spesso ancora prima di avere visto il film), di marchetta, non si può non rispondere che magari fossero tutte così le marchette.

Per chiudere: non il film migliore nel suo genere, né il migliore di De Palma, ma certamente un’ottima pellicola che vale la pena vedere.

The Black Dahlia

Munich

La locandina di 'Munich'

Munich è un gran film. E lo è per un motivo molto semplice, un motivo che ha reso molte opere grandi opere, e più di un film di Spielberg un grande film: in una storia semplice come quella di una vendetta che segue un massacro, si mostrano un’infinità di livelli che arrivano a toccare temi universali. E sono questi i veri protagonisti della pellicola.

Chi vede nel film solo un attacco alla politica di Israele, molto semplicemente non ha capito nulla. Israele è soltanto un pretesto per raccontare del bene e del male. Come poterlo fare meglio nei tempi in cui viviamo, se non mostrando quanto labili siano questi concetti quando si ha a che fare col terrorismo e con la guerra?

Nel momento in cui si sceglie la violenza come risposta ad altra violenza non si può più essere nel giusto. Il fine non giustifica i mezzi, ma questi ultimi lo possono infangare e distorcere, finché ciò che si vede allo specchio diventa la faccia del proprio nemico. L’unica salvezza possibile non rimane che voltare le spalle ed andarsene, non fuggendo ma al contrario trovando finalmente la propria casa, il proprio posto nel mondo, che non è un pezzo di terra polveroso pieno solo di sassi e sterpaglia, ma è non importa dove, purché sia accanto a chi si ama, a chi non confonde la vita e la morte.

Il bene ed il male, la vita e la morte, la casa, la patria, la vendetta… Munich è tutto questo, e Spielberg dimostra che è ancora possibile parlarne ed essere presi sul serio, e soprattutto avendo qualcosa da dire. Vale davvero la pena vederlo.

Munich