Scie

Ho fatto le scuole medie tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta. Ricordo la professoressa di italiano portare in classe un monitor minuscolo che mostrava passare scie verdi fosforescenti nelle quali eravamo troppo acerbi per riconoscere la guerra. Ma di quei tre anni mi rimangono oggi pochi ricordi, quasi nessuno buono.
Tra i miei compagni di classe avevo un solo amico, un ragazzo ripetente con il quale avevo col tempo legato, prima che venisse bocciato di nuovo. Non so dire se davvero fossimo amici, non abbiamo mai condiviso niente e non ho alcuna memoria speciale di noi due, ma mi piace pensare che lo fossimo. Ricordo che era più alto di me (non che ci volesse molto), e che era smilzo. E ricordo i suoi occhi chiari che guizzavano, ed un difetto di pronuncia, la esse o forse la erre.
Credo sia stato poco tempo dopo aver finito le medie, forse un anno o due, che ha fatto l’incidente col motorino. Sono certo sia stata mia mamma a parlarmene: era senza casco ed ha battuto la testa, lo hanno salvato ma qualcosa è uscito, e non sarà più lo stesso.
Non sono mai andato a trovarlo, non ho voluto pensarci, dopo la fine della scuola non ci eravamo più visti o sentiti ed era rimasto l’unico vero buon ricordo che avessi, almeno quello non volevo rovinarlo scoprendo cosa era diventato.
Circa tre anni fa l’ho rivisto al supermercato: imbolsito, i capelli radi, la testa ammaccata (ricordo che ho pensato proprio questo), l’ho riconosciuto dagli occhi, chiari come allora, ma spenti. L’aspetto di un anziano, lo sguardo ed il modo di parlare di un ritardato. Rileggo questa parola, “ritardato”, e cerco un sinonimo che renda il concetto meno duro, ma non lo trovo.
Poi mi sono passati accanto, lui e la madre, e mi sono impietrito. Ho pensato che forse mi avrebbe riconosciuto, che i suoi occhi si sarebbero accesi, come in un film, e mi avrebbe salutato con un “Ciao, Massimo”.
Invece non è successo niente. È passato e se ne è andato.
Ed io son rimasto lì, a chiedermi che amico fossi.

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