
Se l’autore di un’opera è il suo dio, il dio di Match Point è un dio nichilista.
Woody Allen prende spunto da “Delitto e Castigo” di Dostoevskij e ne ribalta l’assunto, perché come le opere del Maestro russo erano figlie dei suoi tempi, così è per questo film. Ogni epoca ha i propri demoni.
Ecco allora che il delitto non è più il punto di partenza ma d’arrivo, e la pena è quella che vivendo si sconta ogni giorno, sapendo che non un dio può aiutarci, ma soltanto la fortuna. Affidarsi alla fede non è altro che la soluzione più semplice, benché i più si rifiutino di ammetterlo.
È un film cupo, questo, lo è nonostante i colori caldi delle immagini, e la levigatezza dei corpi, delle cose, del mondo dorato che rappresenta. Il suo finale è tragico ma non nella maniera grandiosa in cui lo sono i finali delle opere di Dostoevskij, no, qua non v’è alcuna redenzione, alcun suicidio disperato, alcuna pazzia, soltanto la vita che va avanti. È semplicemente tragico, perché il Male è diventato male. Piccolo, come l’uomo.
Tutto è come deve essere, non ci sono grandi colpi di scena, veri momenti di suspense, e proprio per questo ti senti soffocare, prendere alla gola, perché sai già come andrà a finire. Perché sai che in fondo è così che vanno le cose, e Woody Allen non fa altro che sbattertelo in faccia.
È un bel film. Per la storia, per come è raccontata, per come è recitata. Scarlett Johansson, invece, è bellissima.